25 • gennaio • 2021

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Eric Jozsef

Molte sono le persone che lo salutano amichevolmente, perché Eric è conosciuto nel quartiere. Dal suo allure, poi, si intuisce che è francese e l’accento tradisce l’origine d’oltralpe anche se talvolta le frasi sono condite da qualche espressione in romanesco. La sua squadra del cuore è la Roma di Totti a dimostrazione che è perfettamente integrato nella vita della nostra città. Lo incontriamo alla caffetteria di uno dei tanti musei di Villa Borghese e accetta volentieri di scambiare due chiacchiere, ma dobbiamo far presto perché alle 9, 30 l’aspetta la consueta telefonata dalla redazione parigina del suo giornale.

Eric quali sono, secondo te, le differenze e i punti di contatto tra Parigi e Roma grandi capitali europee che ti hanno dato i natali e il lavoro?
Le due città sono molto diverse. Roma ha subìto meno trasformazioni. Il centro storico di Roma è rimasto pressoché intatto mentre Parigi che è una città grandissima è cambiata molto nell’Ottocento. Parigi ha le caratteristiche delle grandi metropoli europee mentre Roma ha una densità di ricchezze e di patrimonio storico che non ha nessun’altra città nel mondo. E’ questa la fortuna di vivere tra Roma e Parigi: ti permette di apprezzare il loro fascino.

Come passi il tuo tempo libero?
Uno dei privilegi del mio mestiere è quello di dover leggere giornali e libri. Uno dei miei più grandi passatempi è andare nei bar soprattutto la mattina a leggere e fare la mia rassegna stampa. Mi piace anche andare a mangiare nei vari ristoranti della zona. Poi mi piace andare a correre ed allenarmi in parchi stupendi come Villa Borghese, Villa Glori e Villa Ada.

C’è un luogo di Roma a te particolarmente caro?
Di luoghi a me cari ce ne sono tanti. Ovviamente il Pantheon, nella sua perfezione assoluta, perché è il monumento che associa nelle forme, rotonde, rettangolari, triangolari e nei suoi materiali di costruzione l’idea di opera completa. C’è un luogo a Roma, che parte dalla Chiesa di Santa Maria della Vittoria, lungo il Quirinale, che io chiamo la “strada barocca”. La chiesa di Santa Maria della Vittoria chiamata così perché ricorda la battaglia della Montagna Bianca, nella Guerra dei Trent’anni nel 1620. Hai partecipato alla maratona di New York.

Quest’anno si è svolta pochi giorni prima delle elezioni presidenziali che hanno visto la storica vittoria di Barack Obama. Si percepiva effettivamente quella gran voglia di cambiamento in quei giorni negli USA?
Non ho mai visto un entusiasmo, una partecipazione, un interesse per una campagna elettorale come quella che si è svolta negli Stati Uniti. Quasi come a volere dire che la partecipazione di ognuno potesse servire a cambiare la storia. A Washington il 93% della popolazione ha votato per Barack Obama. Anche durante la maratona di New York, c’era gente che correva con addosso la maglietta di Obama. La gente non aveva paura di dire per chi votava. Nell’East Coast, i sostenitori di MCcain erano veramente pochi. A New York, ho incrociato per strada un veterano dei marines con un cappello con su scritto “Votate MCcain” e gli ho detto “Lei è l’unico che vota per MCcain”. Mi rispose con un sorriso “Penso di si”. L’unica elezione che mi ricordo dove c’era una tale attesa e partecipazione, con l’idea del cambiamento, forse è stata quella francese nel 1981 conclusasi con la vittoria di Mitterrand. L’elezione americana è stata una vera lezione di democrazia.

Sei corrispondente in Italia del quotidiano “Liberation”. Puoi raccontare come si svolge il tuo lavoro e di quali settori della vita italiana ti occupi? La bellezza del mestiere di corrispondente è che ti occupi di tutto, non sei prettamente limitato ad un settore. Prima di venire in Italia lavoravo per “Liberation”, occupandomi solo di economia. Ora invece mi occupo di cronaca, sport e molto di politica. Sono arrivato a Roma il 6 Febbraio 1992, undici giorni dopo ci fu l’arresto di Mario Chiesa, da lì ho vissuto “Mani pulite”, la prima esperienza del governo Berlusconi, la prima esperienza del governo Prodi, l’ingresso dell’euro, le bombe di mafia, la seconda esperienza Berlusconi e così via. Ogni mattina mi metto in contatto con la redazione parigina del mio giornale per vedere gli argomenti del giorno, faccio le proposte, poi inizio a pontem ilvio 7 Gli Champs Elisée e l’Arco di Trionfo; in basso un ponte del Lungotevere lavorare.

Come riesci a conciliare la tua attività di giornalista con quella di scrittore? Sono libri che parlano di politica, legati al lavoro; quindi non c’è da conciliare molto. Sto pensando di scrivere un piccolo libro sulla politica italiana, rivolto al pubblico italiano. Il mio lavoro è quello del mediatore, essere intermediario, voglio cioè cercare di capire, andare a vedere, confrontarmi e trovare le parole, le immagini, le espressioni per spiegare, raccontare ai lettori la realtà. Come corrispondente il mio ruolo è cercare di decrittare quello che succede in Italia per farlo passare nel filtro del sistema culturale giornalistico francese in modo che sia capito dai lettori francesi. Sulla politica italiana devo fare questo lavoro di mediatore tra la realtà italiana e il lettore francese, sia attraverso i giornali e sia attraverso il video. Ora voglio fare il processo inverso. Con questo libro voglio fare il punto sulla politica italiana, secondo il parere di un osservatore esterno su quello che è successo in Italia. Ad esempio ho cercato di spiegare ai francesi come sia stato possibile che Berlusconi sia stato eletto, battuto, rieletto, ribattuto e rieletto. Cerco di far capire ai francesi perché l’anomalia Berlusconi funziona in Italia. Non basta dire che, con il suo conflitto di interesse, le sue televisioni, gli attacchi alla giustizia sono un’anomalia. Ma bisogna capire soprattutto perché Berlusconi ha funzionato malgrado e con l’anomalia. E se si riesce a trovare la risposta a questo si comprende il motivo per il quale anche altri candidati come Sarkozy, senza la stessa anomalia, hanno vinto.

In che rapporti sei con i tuoi colleghi italiani? Vi scambiate idee, opinioni?

Frequento spesso i colleghi italiani. Li chiamo per avere informazioni, avere un loro parere, per approfondire. C’è un rapporto molto forte con i colleghi italiani. Per questo, perché mi aiutano nel mio lavoro, accetto molto spesso di andare in televisione o di rispondere alle interviste radiofoniche ed ai giornali per ricambiarli. Stimo molti miei colleghi, anche se apprezzare e stimare non è la stessa cosa. Ci sono dei giornalisti di cui non condivido quasi mai le analisi però mi precipito a leggere i loro pezzi perché so che saranno stimolanti, interessanti. Per esempio “Il Foglio” che ha una linea editoriale che non condivido affatto però mi mancherebbe non leggerlo.

Eric, ti abbiamo visto in molti dibattiti politici televisivi. Ci sono differenze tra quelli francesi e quelli italiani? I politici francesi spesso evitano le domande come quelli italiani?
Se i politici evitano le domande dei giornalisti, vuol dire che i giornalisti non sanno fare bene il loro mestiere, bisogna rifare la domanda finché il politico non risponde, come per esempio avviene durante le conferenze stampa presidenziali negli USA. In Francia il sistema politico non è di tipo parlamentare, ma semi presidenziale, il dibattito politico è un po’ meno “politichese”. I dibattiti politici in Italia girano sul “Palazzo”, perché il sistema politico è parlamentare, anche il partito che ha raccolto pochi consensi ha diritto di dire la sua, questa è il bello della democrazia ma diventa un moltiplicarsi di voci e fa perdere l’essenziale del dibattito; ad esempio: in Italia c’è una grande discussione che va avanti per mesi sui giornali e in televisione sulla riforma della Costituzione italiana: bicamerale si, bicamerale no ecc. Ma il tema centrale è il Trattato Costituzionale Europeo e i dibattiti politici italiani si concentrano soprattutto sul fenomeno italiano; e ciò da un’immagine totalmente distorta della realtà. Già prima c’era una differenza tra la vita quotidiana degli italiani e i dibattiti politici. Questa è reso ancora più forte oggi con il superamento dell’entità nazionale.

Nel 2001 hai scritto un libro dedicato all’ascesa politica del nostro Presidente del Consiglio, oggi alla luce degli avvenimenti degli ultimi tempi, compresa la crisi economica mondiale in atto, come vedi la situazione politica italiana?
Oggi l’Italia purtroppo è un buco nero. All’estero non c’è più interesse per la politica italiana. C’era stato un interesse per l’esperienza di Prodi; c’era stato interesse e timore anche eccessivo per le due prime esperienze di governo di Berlusconi. Dal timore si è passati al folklore quando Berlusconi faceva le corna, raccontava barzellette e faceva delle gaffe. Oggi all’estero non si capisce perché Berlusconi sia stato eletto per la terza volta; non fa più paura e non diverte più. Non fa più clamore, non interessa più e questa indifferenza è tragica perché impedisce di vedere quello che è successo in Italia, cioè come si sia arrivati alla terza vittoria di Berlusconi. Questa vittoria è da analizzare perché l’Italia è come un laboratorio e da questo punto di vista secondo me è un errore non studiare a fondo il fenomeno Berlusconi. Anche la sinistra che era trionfante nel 1990 oggi è quasi fallita in tutti i paesi d’Europa, e dietro l’anomalia Berlusconi c’è una realtà politica della destra europea. Io per fortuna lavoro in un giornale che continua ad interessarsi della politica italiana, ma in generali all’estero si è rinunciato a capire cosa succede in questo Paese. Il Pd di Veltroni ha subito una pesante sconfitta alle elezioni regionali abruzzesi. Si è spenta la fiducia degli elettori, anche a seguito degli arresti di esponenti del partito in varie regioni italiane. Secondo te, come potrebbe recuperare la perdita di consensi? Ritornare al discorso del Lingotto del Giugno del 2007. Veltroni aveva presentato un ottimo programma, aveva tracciato le grandi linee. Aveva suscitato una grande attesa che è andata delusa. Il suo errore è stato quello di non aver avuto coraggio politico. Ad esempio era logico che non avrebbe potuto vincere al Nord d’Italia senza staccarsi da Bassolino e del fallimento dell’esperienza del centrosinistra a Napoli.

Come si fa a spiegare ad un elettore del Nord che deve votare per un partito che dice che non cambierà nulla a Napoli?
Un presunto cambiamento che non viene messo in pratica. Veltroni inoltre non ha avuto coraggio né sull’Alitalia, né sull’Europa, perché aveva paura di essere identificato con Prodi. Ma Veltroni non ha avuto coraggio pur essendo un convinto europeista. Sarà difficile recuperare i consensi, non solo perché c’è la crisi della sinistra italiana, ma perché c’è una crisi della sinistra in Europa, legata alla crisi del welfare. Però…io non penso che Berlusconi abbia vinto grazie ad un massiccio voto di adesione. Sin dal ’92, dopo il crollo dei partiti, una larga parte degli italiani ha votato secondo l’offerta politica che ha. Non è più legata strutturalmente ad una famiglia politica. Quella parte di elettorato che è stato scombussolato dal terremoto politico del ’92 è capace di cambiare rotta, non avendo più un referente politico. Quindi molti di questi italiani hanno votato a destra perché non erano convinti dell’offerta politica della sinistra. Io sono convinto comunque che se c’è un’offerta politica valida del centrosinistra, capace di avere una reazione, di far sperare la gente, proprio come ha fatto Obama, allora la sinistra in Italia può tornare a vincere. L’elettore della sinistra che aveva sperato ascoltando il leader Pd nel discorso del Lingotto, durante la campagna elettorale è rimasto deluso, quindi non ci crede più. Ma d’altronde c’è da dire che molti elettori di destra hanno votato la Lega che fa da controllo e da pungolo a Berlusconi. Carlo Caracciolo, Presidente Onorario del Gruppo “L’Espresso La Repubblica” è mancato. Nel Gennaio del 2007 aveva acquistato il 33% delle azioni di “Liberation”e tu hai avuto l’opportunità di intervistarlo in quei giorni. Qual è il tuo ricordo di quell’incontro? Un “Grand Seigneur”. La cosa impressionante di Caracciolo era la sua grande curiosità. Ricordo che era curioso della politica francese, dell’editoria francese. Aveva una grande eleganza intellettuale.

di Alessandra Stoppini

15 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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