06 • marzo • 2021

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Andrea Vianello: il giornalismo come impegno e passione.

 

 

 

 Nei sei anni di trasmissione Andrea Vianello ha ampiamente dimostrato le sue grandi capacità di tenere in mano situazioni difficili e impegnative, grazie anche al suo impegno costante e a una redazione competente e attiva che l’ha affiancato. Ora il giornalista sta per salpare verso una nuova avventura televisiva, dove metterà alla prova ancora una volta le sue doti di giornalista e conduttore sempre al centro della notizia e dalla parte del telespettatore.

Vianello com’è nata la Sua passione per il giornalismo?                                                                   

Già da ragazzo amavo molto scrivere; ho sempre avuto questa passione e detto fra noi, avrei voluto fare lo scrittore… però mi sembrava un’ambizione troppo alta e quindi quando mi chiedevano “che mestiere vorresti fare?” rispondevo “il giornalista”, perché credevo fosse più realistico. A forza di dirlo me ne sono convinto, anche perchè m’interessavo fin da bambino alle notizie, ai giornali. Ricordo che ritagliavo pagine della politica e le mettevo su di un quaderno. Ho avuto sempre questo gusto del dire per primo la notizia agli altri, che forse è l’essenza del giornalismo. Quindi mi sono messo in testa questo sogno e ho cominciato a frequentare Lettere  cercando di metterlo in pratica.

 

Che ricordi conserva del concorso Rai per essere assunto come praticante giornalista?

Fu un po’ un terno al lotto. Allora faticavo facendo lavoretti di qui e di là, quel precariato che purtroppo adesso accomuna tanti giovani colleghi. Poi tutto a un tratto capitò quest’occasione che sembrava quasi impossibile. Però ci provai; eravamo in tantissimi presso l’Hotel Ergife a Roma. Ma non ci speravo granché. Attesi. Passarono tanti mesi che mi scordai completamente la vicenda. Un giorno trovai nella mia segreteria telefonica un messaggio che mi avvisava che avevo superato lo scritto: eravamo passati, mi sembra, in 150, ed i posti disponibili dopo la prova orale erano 25. Pensai ad uno scherzo di qualche amico, perché mi sembrava impossibile. Invece era vero! Arrivò il giorno della prova orale. La commissione incuteva timore; il presidente era Sergio Zavoli. C’erano tanti bravi giornalisti e la commissione era di altissimo profilo. La mia parlantina e una certa mia bravura nel ricordare le cose mi permisero di fare una bella figura e così passai. Diventai un praticante Rai, fui assunto nel dicembre del 1990. Ci mandarono a fare un corso come gli studenti, otto ore al giorno. Eravamo un gruppo composto da 25 giovanotti di varie provenienze. Parlavamo tutti lingue strane, la Rai infatti in quel momento volle privilegiare chi portava delle lingue inusuali: io parlavo portoghese, mi ero laureato in letteratura brasiliana. In quel gruppo c’era una collega che vorrei ricordare: Ilaria Alpi. Iniziammo quest’avventura in questo strano mondo che è la Rai, poi finimmo al Giornale Radio. Un direttore lungimirante e di grandissimo talento che era Livio Zanetti ne prese tanti di quella nidiata, tra cui me …

L’esperienza radiofonica è stata decisiva per la Sua formazione professionale?

È stata decisiva e fondamentale per tutto, anche per la mia crescita personale. Trovo che la radio sia un mezzo bellissimo, mi arrabbio quando qualcuno dice che è una scuola per arrivare in televisione! La radio ha un’importanza pari alla televisione, è un mezzo completamente diverso, e forse anche più bello della televisione. Gli anni della radio sono stati indimenticabili! ho avuto la fortuna anche lì di incontrare le persone giuste, come ad esempio  Livio Zanetti, grande ex direttore dell’Espresso e straordinario giornalista. Non conosceva la radio e con umiltà si mise a impararla, ma  insegnava giornalismo in ogni momento. Pochi mesi il mio arrivo, mi lanciò come inviato mandandomi in Calabria. Partii da giovane e sprovveduto cronista per Taurianova. Ricordo che mi aggiravo da solo con il registratore. Me la cavai. Fu una bella scuola di vita, mi buttò in mezzo al mare e non affogai. Incontrai anche uno strepitoso Capo redattore della cronaca, Duccio Guida, che m’insegnò tanto. La radio è stata per me più che una scuola … inoltre ho incontrato lì anche mia moglie, quindi è stata decisiva anche per la mia vita privata.

 

Come inviato speciale per il GR1 ha seguito i casi italiani di cronaca più clamorosi. Qual è stato quello che l’ha più colpito?

La strage Borsellino. Ero stato in Sicilia molte volte quell’anno, il terribile ’92, per la morte di Salvo Lima e per la strage di Capaci. Ritornai giù dopo la morte del giudice Paolo Borsellino e degli agenti di scorta. Ero di turno al giornale radio quando uscì la notizia e fui il primo a darla correndo in studio a Roma con la voce rotta dall’emozione. Ancora adesso quella registrazione viene spesso usata, perché era stato il primo annuncio della strage. Condussi quel GR delle 19 e partii la sera stessa. Lavorai tutta la notte; ho un ricordo molto forte di quei giorni. A Palermo c’era un caldo torrido, la città era in ginocchio. Si percepiva tra i colleghi dei poliziotti uccisi e tra i magistrati una forte rabbia.  Emblema di quei giorni fu la famosa frase del giudice Antonino Caponnetto “È finito tutto!”. Fu una settimana di passione, di grande dolore ma anche di grande amore. Proprio in quei giorni mentre la speranza stava morendo iniziò la Palermo delle lenzuola bianche, quella Palermo che non voleva cedere di fronte alle stragi mafiose. È stata per me la trasferta più emozionante, più intensa.

 

Enigma, programma sui tanti misteri mai risolti della storia, è un’idea insolita per intrattenere il telespettatore divulgando e facendo cultura. Cosa ne pensa?

È stato un progetto che è nato da un gruppo di lavoro brillante: Pasquale D’Alessandro, uno dei più bravi uomini di televisione che io abbia conosciuto, che all’epoca era vicedirettore di Rai Tre, io, due grandi autori come Stefano Rizzelli e Francesco Cirafici e addirittura la collaborazione di Corrado Augias. Un’esperienza molto bella. Quando il mio direttore Paolo Ruffini passò dal GR a Rai Tre, mi chiese se avevo dei progetti, ed io gli proposi questa ideuccia di parlare dei gialli della storia. Tirai fuori questo nome, Enigma, che si rifaceva alla macchina inglese che decifrava i codici nazisti. Su questa storia era stato tratto un bellissimo libro di Robert Harris. Due anni di conduzione, grandi risultati. Una bella esperienza, portata  poi avanti negli anni da Corrado Augias. Adesso mi dispiace che Enigma non ci sia più, penso che sia una perdita. Mi auguro che magari questo marchio sul quale mi sento un po’ il papà possa rinascere.

 

Sei anni al timone di Mi manda Rai Tre, storico programma di servizio. Bilancio di questa esperienza?

Bilancio molto positivo, detto senza retorica! È stata una fase cruciale della mia vita anche questa. Un programma di grande responsabilità: prendevo il posto di conduttori storici come Antonio Lubrano e Piero Marrazzo.

Mi manda Rai Tre è davvero un programma al servizio dei cittadini, un programma di servizio pubblico. Io credo molto nel servizio pubblico. Per me è stata un’esperienza fenomenale, in grado di vedere e raccontare il Paese reale, non quello che noi giornalisti spesso raccontiamo nelle prime pagine dei giornali ma quello più profondo, rappresentato dai problemi quotidiani dei cittadini e dalle ingiustizie che subiscono. È un giornalismo civico, e l’esperienza che ne deriva è formativa, emozionante, perché poi molta gente si rivolge a te quando sta all’ultima spiaggia; a volte  porti con te i loro dolori e le loro rabbie. Devi cercare di fare due volte il tuo mestiere, non solo quello del giornalista indipendente ma anche quello di chi ha la responsabilità di dare una mano a qualcuno se quel qualcuno aveva ragione. Penso di averlo fatto. Credo che sia un programma che meriti una medaglia per quello che ha dato. Ringrazio tutte le persone che hanno lavorato con me. Ritengo che sia un programma che in vent’anni ha fatto del bene al nostro Paese.

 

Il Premio Televisivo Giornalistico Ilaria Alpi è giunto alla XVI edizione. Quale Direttore Scientifico del Premio ha lanciato un appello ai colleghi giornalisti affinché continuino a tenere accesi i riflettori sulla vicenda.

Faccio parte della giuria da molti anni, quest’anno la Fondazione del premio ha ritenuto di darmi anche l’incarico di aiutarli un po’ nell’organizzazione di questi quattro giorni a Riccione pieni di eventi, che diventano un punto di riferimento per il giornalismo d’inchiesta televisivo del nostro Paese. Il premio ha soprattutto la funzione di non dimenticare che su Miran Hrovatin e su Ilaria Alpi ancora non c’è una verità. Non sono stati individuati i colpevoli; c’è un signore, un somalo che si trova in carcere, che probabilmente è un capro espiatorio. La verità giornalistica è stata compiuta nel senso che molti giornalisti bravi e coraggiosi hanno capito cosa è successo laggiù in Somalia, che Ilaria era incappata in una brutta storia. Aveva scoperchiato un intrigo legato alla cooperazione internazionale, al traffico dei rifiuti tossici e al traffico di armi. Qualcuno ha chiuso la bocca sia a lei sia al suo operatore Miran. La giustizia ancora non ha fatto nulla. Per fortuna l’inchiesta è ancora aperta. È stata respinta la richiesta di archiviazione, però ancora non sono stati identificati i colpevoli, non si è ricostruita la vicenda. E’ un appello che è stato rivolto un po’ da tutta l’Italia, a partire dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano fino all’ultimo dei cittadini affinché non si abbassi la guardia. Noi crediamo che sia giusto conoscere la verità per Miran e Ilaria. La magistratura deve portare avanti l’inchiesta per capire come sono andate veramente le cose, chi ha ucciso, perché quello è stato un omicidio, Miran Hrovatin e Ilaria Alpi.

 

Possiamo considerare il Suo nuovo programma Agorà come l’erede di Mi manda Rai Tre?

Non è l’erede di Mi manda Rai Tre ma porta con sé  questo rapporto di vicinanza tra i cittadini e l’informazione. Il programma è una striscia mattutina che tutti i giorni aiuta i cittadini a capire meglio le notizie del giorno. Soprattutto spinge la politica a stare più vicino ai cittadini. C’è una distanza troppo forte tra il Palazzo e la gente, è una distanza che poi si vede anche nel grande astensionismo alle urne, nell’antipolitica. Noi vogliamo provare a riavvicinare i cittadini all’attualità politica, vogliamo costringere i politici a spiegarsi meglio, magari a litigare meno tra loro, a parlare meno in politichese ma occuparsi di più dei fatti concreti. In questo senso si che è un’eredità di Mi manda Rai Tre, Non più incentrato sulla  difesa dei diritti de icittadini, ma sulla difesa di un altro loro diritto, il diritto a capire, a essere informati, a capire bene le cose e a capire anche le conseguenze degli atti che avvengono nei palazzi del potere. Tutto questo dal 27 settembre.

 

Quali sono i Suoi interessi e i Suoi hobby?

Lavoro tanto ed ho tre bambini meravigliosi; quando torno a casa devo recuperare il tempo perduto. Ho una moglie straordinaria che pensa molto a loro e quando sono a casa mi piace godermeli. Le mie passioni sono la lettura e  lo sport. Mi piace vederlo e sono un accanito tifoso del Milan.

 

Come docente di Giornalismo Radiofonico presso l’Università La Sapienza di Roma è severo?  Giustamente. Credo che l’Università in questo momento a volte sia un po’ lassista. Spesso vedo degli studenti che vogliono fare Giornalismo Radiofonico ma non parlano bene l’italiano o fanno errori di ortografia. Su quello sì, sono severo. Per il resto cerco soprattutto di coinvolgerli, cerco di fargli amare la materia. Spero di riuscirci e lo faccio con grande passione.

 

Molti giovani sono affascinati dal mestiere di giornalista. Quali consigli si sente di dare ripensando alla Sua esperienza? 

Intanto di crederci. È un accesso complicato ancora di più in questa fase. Però se uno lo vuol fare ci deve provare fino in fondo. Non si deve scoraggiare, deve accettare probabilmente anche anni molto duri, che sono gli anni del precariato, però alla fine i cavalli di razza arrivano. È un mestiere che in questo momento subisce molte intemperie, però leggete, incuriositevi, non perdete la passione e provateci!

 

5 Ottobre 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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