30 • ottobre • 2020

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Collina Fleming Cuore di Roma Nord

Molti di loro non lo sanno, probabilmente, quando si arrampicano per la via nel verde che d’improvviso ti strappa, repentina, al fervore di Corso Francia. Molti degli atleti che hanno scelto, negli ultimi anni, di legare alcuni anni della loro vita alla collina che porta il nome di Alexander Fleming, premio Nobel nel 1945, famoso soprattutto per la scoperta della penicillina, non sanno che un tempo, nemmeno lontano, lassù i calciatori li portavano in punizione, e non certo per loro libera scelta. Lo racconta Felice Pulici, memoria storica e molto, moltissimo altro, della Lazio, portiere dello scudetto del 1974, poi dirigente e tecnico, direttore sportivo e talent scout, avvocato e pater familias di mille protagonisti delle vicende laziali degli ultimi (quasi) quaranta anni.

L’hotel Fleming, sulla piazza, è stato prima la sede dei ritiri punitivi, poi teatro delle serate pre-partita, nei primissimi anni Settanta>.
Una delle prime volta, spiega l’ex portiere biancoceleste, fu dopo una partita a Brindisi, unica sfida della storia biancoceleste con la squadra pugliese. Era il 6 settembre 1972, e sul neutro di Taranto, la squadra che in quella stagione avrebbe già sfiorato lo scudetto, risultò quasi irritante per il suo inarrivabile mentore, Tommaso Maestrelli. Tanto che la sconfitta per 1-0 nel primo turno di Coppa Italia – gol di Renna su rigore al 72’ , una sconfitta seguita al ko interno con il Napoli e un pari a Palermo – portò il tecnico foggiano a imporre la punizione: di ritorno a Roma, Chinaglia e compagni furono condotti sulla collina, in ritiro. Misura restrittiva a parte, l’albergo che si affaccia tuttora su Piazza Monteleone di Spoleto diventò poi il quartier generale dove trovarsi prima delle partite, favorito dalla vicinanza al centro di allenamento laziale di Tor di Quinto e ovviamente allo stadio Olimpico. Il problema sorse quando la Lazio, dopo quegli avviii faticosi della stagione 1972- 73, si rivestì di una importanza tale e si conquistò una passione così grande e forte, che il contesto raccolto e accogliente della collina, non fu più in grado di contenere gli assalti della gente e del suo entusiasmo che si spingeva fin sotto l’albergo; la Lazio dovette allontanarsi, scegliere una sede dei ritiri più isolata, e optò per un grande albergo al 13° chilometro della via Aurelia.

La Collina Fleming ovviamente rimase dov’è, e continuò a subire lo sviluppo feroce avviatosi a ridosso dei Giochi romani del 1960, terrazza privilegiata sul neonato villaggio Olimpico, fino a raggiungere una popolazione – orgogliosamente aggrappata sulle sue falde – di 15.000 abitanti, oggi infine ridotti sensibilmente. Ma è rimasta da allora la collina dei calciatori, per quel mix che ne fa tuttora una delle zone più ambite dell’area tra via Flaminia e via Cassia. E’ la posizione, certo.
Ma piuttosto quella sensazione di privacy, di ambiente raccolto, di quartiere familiare che sa anche di paese nell’accezione positiva del termine, ovvero tessuto elegante e fertile di rapporti umani, conoscenze, abitudini, usanze e tempi quasi rallentati, che danno l’idea di non abitare in città, e che città! Il giornalaio, il droghiere, il barista, il fioraio, il mercato, il circolo di tennis, ovviamente la parrocchia del Preziosissimo Sangue, che nei decenni ha avuto un ruolo predominante e di recente ha festeggiato i suoi Cinquanta anni, ne fanno un microcosmo a misura d’uomo, in cui il traffico stesso ha spazio limitato per riuscire a imporsi e condizionare la vita degli abitanti come accade, purtroppo, quasi ovunque. Un contesto che non poteva non conquistare gli animi forzatamente nomadi dei calciatori, che l’hanno eletta a loro residenza. Lo storico bar Fiocchetti che si affaccia sulla Piazza, ad esempio, ospita da anni dibattiti e discussioni, pre e postderby, di tifosi e soprattutto calciatori, si raccontano ancora degli scherzi dei capataz dell’epoca, Wilson e Martini, Re Cecconi e Chinaglia. E chi ha seguito le sventure recenti di Gascoigne, non può non ricordare che lassù, al Fleming, Gazza saliva a divertirsi, e anche a bere, certo. E lo stesso Re Cecconi passò da lì, per un saluto al barista che c’è tuttora e lo ricorda, prima di trovare la morte poco distante, in una sera di gennaio del 1977 a via Nitti.

Ancora oggi, a metà mattina, non è infrequente trovare i protagonisti delle domeniche laziali che fanno colazione – o aperitivi, o happy hour come va di moda chiamarli oggi – sapendo di poter godere oltre ad affetto e cordialità, di una sorta di immunità, che è rimasta intatta negli anni. Inzaghi, Fiore, Oddo, Pancaro sono tra i giocatori degli ultimi anni laziali che si sono stabiliti lassù, e nemmeno gli eroi di oggi – da Cristian Ledesma a Mauro Zarate – in fondo sono lontani, avendo scelto una sistemazione nella zona di Vigna Stelluti, nonostante il trasferimento del quartier generale a Formello abbia dirottato tanti tra Cassia e Olgiata.
Ma tutti quanti salgono sulla collina per le visite mediche, essendo la clinica Paideia una delle due strutture sanitarie di riferimento della società nell’era-Lotito. La tradizione e la continuità di una zona.

di Wolf

15 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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