06 • marzo • 2021

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Dacia Maraini

“Con Dacia ho viaggiato come si sogna”; così ricorda Alberto Moravia, compagno della Maraini per molti anni, in un suo libro scritto insieme ad Alain Elkann nel 1990. Questa grande scrittrice italiana, le cui opere sono state tradotte in venti Paesi e che è venuta a contatto con le più grandi personalità del mondo della cultura e della letteratura italiana e mondiale del secondo dopoguerra, è una donna dalla semplicità disarmante, dalla voce calma e riflessiva e dallo sguardo intelligente. Suo padre è Fosco, fiorentino, scrittore, etnologo ed orientalista, siciliana la madre, la pittrice Topazia Alliata di Salaparuta.

Il suo primo romanzo, “La vacanza”, è del 1962. Da allora sono seguiti romanzi, racconti (Buio, Premio Strega 1999) saggi, opere teatrali, narrazioni autobiografiche, poesie, dove con uno stile essenziale ha raccontato le emozioni, le sensazioni e i malesseri della nostra società fino al saggio “Sulla Mafia” uscito lo scorso marzo. Reportage, inchiesta, storia di mafia e di mafie con l’invito rivolto alla società civile a non dimenticare. Scrive per il “Corriere della Sera”. Signora Maraini, ha trascorso la sua infanzia in Giappone dal 1938 al ‘45. Là, per ben tre anni (’43/45) fu internata insieme alla Sua famiglia in un campo di concentramento giapponese.
Che ricordi conserva di quel periodo?
Ricordi molto dolorosi. La fame prima di tutto, le malattie, la mancanza di vitamine, di proteine, il beri-beri, lo scorbuto, la paura delle bombe, la paura di non farcela. Tutto questo in parte l’ho descritto nel libro “La nave per Kobe”. Nella autobiografia “Case, Mondi, Universi” Fosco Maraini ripercorre la prima parte di una vita quasi leggendaria.

Cosa ha significato per Lei vivere accanto ad un padre “bello e giramondo che scala le montagne” e quale tipo di rapporto vi legava? È stato lui a trasmetterle l’amore per i viaggi, per i paesi lontani?
La frase si trova nel romanzo “Colomba”. C’è un breve accenno quando parlo di mio padre montanaro, alpino, appena una pagina. Ci legava il tipico rapporto che lega un padre ad una figlia: era un rapporto molto affettuoso anche se lui era quasi sempre assente, sempre fuori in viaggio. Nella mia infanzia non sono stata moltissimo in sua compagnia; stavo in casa con mia madre e studiavo.
Quelle rare volte che andavo con lui in viaggio, ero felice. Era un compagno di viaggio piacevolissimo. Un appassionato sportivo, da lui ho imparato ad amare lo sport, la montagna, lo sci, il nuoto, la pesca subacquea. Gli piaceva andare in barca, guidare una motocicletta. Nel libro “Bagheria” parlo a lungo di lui, di questo padre affascinante, grande viaggiatore e grande intellettuale. Ho preso solo da lui l’amore per i viaggi, ed a sua volta lui l’aveva preso da sua madre. Una grande e coraggiosa viaggiatrice dei primi del Novecento: da sola, aveva attraversato a piedi tutta la Persia. Una donna di grande temperamento, indipendente e volitiva, che tutta la vita è andata pellegrinando da un paese all’altro.

La mescolanza genetica da cui proviene ha influenzato la sua scrittura, il suo modo di essere?
Le nonne, quella materna, Sonia Ortuzar Ovalle, cilena e Yoi Crosse, paterna, per metà polacca e per metà inglese descritte nei Suoi romanzi, sono donne particolari, anticonformiste, anticipatrici.

Ritrova in se stessa alcuni tratti delle loro personalità?
Penso di si. Se esistono le leggi dell’ereditarietà probabilmente ho preso da loro. Se non altro il piacere del viaggio, del pellegrinare, la sensazione di essere “internazionali”; questo appartiene proprio alla mia famiglia. Il sentimento di non dover essere soltanto radicati in un Paese ma di avere, anche se ci consideriamo italiani e parliamo la lingua italiana, rapporti con tanti altri paesi, direi che il sentimento dell’internazionalità è molto forte nella mia famiglia.

È vero che scoprì i grandi classici della letteratura italiana e straniera nella biblioteca del nonno paterno a Fiesole? Quali sono i Suoi scrittori preferiti?
Si, è vero. In casa di mio padre ma anche in quella di mia madre i libri non mancavano. Nel dopoguerra mancava tutto, non avevamo di che vestirci, eravamo poverissimi, l’unica cosa che avevamo in abbondanza erano i libri… Il padre di mia madre era un principe siciliano, un uomo di grandissima cultura, che leggeva tanto, non era uno dei soliti aristocratici ignoranti. Aveva una biblioteca immensa, con libri di filosofia; era uno steineriano, vegetariano, si occupava lui stesso delle sue vigne e faceva un ottimo vino. È difficile dire quali siano i miei scrittori preferiti. Sono una appassionata lettrice, ho letto moltissimo. Posso dire che all’inizio, quando ho incominciato la mia passione erano i libri di viaggio per mare, di autori quali Stevenson, Conrad, Melville. Poi ne sono venuti talmente tanti che è difficile elencarli tutti. Con “La lunga vita di Marianna Ucria”, Premio Supercampiello 1990 e con “Bagheria” ritorna nei luoghi della famiglia di Sua madre e della Sua infanzia.

Cosa rappresenta il silenzio di Marianna? Bagheria si può considerare il Suo romanzo più autobiografico?
Si anche se “Bagheria” non è l’unico mio libro autobiografico. C’è anche “La nave per Kobe” che è basato sui diari giapponesi di mia madre” del 2001. In quanto a Marianna, per me era il silenzio di una donna sorda e muta e basta. Poi, a posteriori, rileggendo il libro, ho capito che quel silenzio poteva essere intepretato come simbolico. È diventato, attraverso le interpretazioni dei lettori e dei critici, il silenzio della donne, della Sicilia. Simbolicamente si può interpretare in tanti modi.

Come Le apparve Roma quando la vide la prima volta diciottenne, e come la vede ora?
Mi è apparsa come una città molto bella, piena di cose straordinarie, di scoperte meravigliose ma anche caotica, difficile. Oggi la vedo molto più brutta. Roma si è rovinata con le sue mani, ha buttato troppo cemento, ha distrutto molti giardini, ha inquinato le acque del suo fiume. Oggi è una città sporca, che considera il Tevere come una pattumiera. Deturpata dal cemento, dalle automobili, da una periferia arrogante, brutta, senza giardini, senza luoghi di incontro. Roma è stata avvilita dalla speculazione edilizia degli anni sessanta soprattutto. Nelle Sue opere la donna è spesso protagonista.

Secondo Lei nel nostro Paese ha compiuto il suo percorso di emancipazione?
Siamo ancora lontani, non lo dico io, ma lo dicono le statistiche dell’ISTAT, dell’ONU. L’Italia è ancora il paese d’Europa piu arretrato per quanto riguarda la divisione dei compiti. La fatica dell’accudimento della casa, della famiglia, spetta ancora alle donne; è un lavoro non pagato, un lavoro che le donne spesso non hanno scelto ma che viene assegnato loro come un destino. L’Italia è il paese d’ Europa in cui ci sono meno donne che lavorano fuori casa, e questo evidentemente perché non ci sono le strutture sociali necessarie per aiutare le madri che lavorano. Nel resto d’Europa le cose vanno meglio. Ma se allunghiamo lo sguardo fuori dall’Europa ci mettiamo le mani nei capelli: la discriminazione femminile è terribile, in alcuni paesi le donne non possono prendere la patente, non possono guidare l’automobile, non possono sposare chi vogliono, non possono fare l’amore se non sono sposate, e se osano tradire i propri mariti vengono lapidate, devono girare per strada coperte dalla testa fino ai piedi. Ma tutto questo è dovuto al fondamentalismo religioso che per sua natura è nemico delle donne e della loro libertà. Signora Maraini, ha scritto circa sessanta opere teatrali, tra le quali “Maria Stuarda”. Ha fondato, inoltre, nel 1973 il “Teatro della Maddalena”, gestito e diretto da donne.

Il teatro è per Lei il luogo per eccellenza della parola e del dialogo?
Si ma anche dell’osservazione sociale. Ho scritto tante opere teatrali anche perché avevo una compagnia e ogni settimana si doveva rappresentare un testo nuovo legato al sociale ed all’attualità. Noi facevamo un teatro di intervento alla “Maddalena” e a Centocelle. Nel romanzo “Colomba” del 2005, nella voce narrante “la donna dai capelli corti”, in molti hanno riconosciuto Lei stessa.

Diventando personaggio assume dei contorni pirandelliani?
In “Colomba” io ho voluto fare un romanzo nel romanzo, quindi uno dei personaggi del libro è una scrittrice che sta scrivendo un romanzo che poi sarà quel romanzo che il lettore sta leggendo. “Il treno dell’ultima notte”, è il suo ultimo romanzo; un doloroso viaggio attraverso la ricerca e la memoria in un anno cruciale, il 1956.

Chi sono Amara ed Emanuele?
Amara è una giovane donna che cerca le tracce di un bambino che è stato suo amico e innamorato. Emanuele era, per sua sfortuna, un bambino ebreo e in quanto ebreo è stato deportato e rinchiuso in un campo di sterminio. Amara, cercando Emanuele, percorre l’Europa della guerra fredda. In quell’Europa non poteva non incontrare i resti della shoa ancora vicina e confrontarsi con la repressione stalinista di un piccolo paese come l’Ungheria che chiedeva solo un poco di libertà. Sono due esperienze che appartengono al Novecento, che rappresentano le grandi ferite del secolo appena trascorso. Secolo che ha conosciuto due guerre mondiali con milioni di morti e anche due totalitarismi che hanno distrutto il mondo. Un secolo molto amaro come il nome della protagonista. Tutti i grandi scrittori hanno degli orari stabiliti per scrivere.

Come si svolge la Sua giornata di scrittrice?
Anch’io ho una disciplina: mi alzo alle 7, inizio alle 8 a scrivere e vado avanti praticamente per tutto il giorno, salvo la pausa del pasto o la lettura dei giornali. Ho sempre una giornata molto intensa di lavoro. “Ricordo quei diciotto anni come tra i migliori della mia vita”, così Alberto Moravia parlando della vostra convivenza in “Vita di Alberto Moravia”.

Che ricordi ha dei vostri viaggi intorno al mondo?
Era un meraviglioso compagno di viaggio, un compagno di vita molto rispettoso dell’autonomia altrui. Questo è importante. Alberto era un uomo moderno, molto più avanzato di certi giovani di oggi. Rispettava il lavoro, la libertà, l’indipendenza di chi amava. Se non fosse stato così non avrebbe potuto vivere con Elsa Morante, una donna molto gelosa della sua indipendenza. Dovrebbe essere di insegnamento. Era un uomo che rispettava le idee altrui, anzi ne era curioso. Cercava sempre di capire gli altri non aveva preclusioni e prevenzioni. Faceva camminare la sua intelligenza che era giovane e limpida, si faceva amare per questo.

di Alessandra Stoppini

14 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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