23 • ottobre • 2020

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Enrico Pinto

In quest’angolo di verde della periferia nord di Roma, nel laboratorio-studio che testimonia il suo lavoro sempre rivolto alla ricerca di nuove forme, mentre osserviamo l’artista creare i suoi gioielli il tempo sembra rallentare a ritmi più umani. Enrico Pinto è un esperto orafo, dalle sue mani escono piccoli e preziosi capolavori al confine tra arte ed oggetto del desiderio come è stato considerato il gioiello da sempre.

Ha iniziato la sua attività quando aveva solo 14 anni frequentando la Scuola d’Arte Ornamentale San Giacomo a Roma nella sezione pittura ed ornato. Dal 1964 la sua residenza è nella capitale; nel 1971 la sua prima Personale viene realizzata alla Galleria Valle Giulia di Roma. Nel 1975 il Comune di Roma organizza una mostra antologica al Palazzo delle Esposizioni dove vengono esposte circa 200 opere; mentre sempre nello stesso anno due suoi lavori vengono acquistati dalla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma. Dal 1978 al 1996 ha insegnato negli Istituti statali d’arte come titolare di cattedra di oreficeria. Lasciato l’insegnamento, Pinto ha svolto la sua ricerca attraverso diversi percorsi come la grafica, la pittura, l’oreficeria e la lavorazione della ceramica. Nel 2001 nelle sale dell’Armeria Inferiore del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma in una Mostra dal titolo “La misura, l’imprevisto e l’opera”, sono stati esposti i suoi lavori: pitture, gioielli e ceramiche. In questa esposizione, la sfera creativa del Maestro affronta sia tematiche inerenti a mondi fantastici, sia una serie di interpretazioni di forme geometriche legate a strutture architettoniche. Nei primi anni Novanta ha realizzato inoltre un’opera raffigurante lo Spirito Santo per la volta della Cappella della Visione di Sant’Ignazio di Lojola, sulla Via Cassia.

Maestro Pinto, come è iniziata la Sua formazione artistica?
La mia formazione come orafo è iniziata nel 1954 nel laboratorio del gioielliere romano Mario Masenza, che io considero come un mecenate. Masenza tra il 1940 ed il 1960 realizzò opere di artisti quali Afro e Mirko Basaldella, Pericle Fazzini, Giuseppe Capogrosssi e molti altri. Egli inoltre non solo seppe alimentare un vivace dibattito tecnicoculturale, ma seppe anche dare vita ad un centro di idee innovative nel campo orafo ed argentiero riuscendo così a rilanciare il gioiello in un’epoca di crisi come quella del secondo dopoguerra, trovando un punto d’incontro tra il mondo dell’arte e quello dell’ornamento. Nel laboratorio di Masenza ho collaborato alla realizzazione di opere tratte da disegni, sbalzi e modelli in cera di pittori e scultori affermati in campo internazionale, cercando fin dai miei primi lavori un’espressione artistica originale e specifica dell’ornamento prezioso. Contemporaneamente mi dedicavo anche alla pittura senza mai abbandonare l’oreficeria che ho, in seguito, insegnato per circa vent’anni.

Quali ricordi conserva della Sua prima Personale avvenuta nel 1971 presso la Galleria “Valle Giulia” di Roma?
Sono ricordi molto interessanti. Per l’occasione presentavo circa trenta lavori ed ero interessato soprattutto a comprendere quali fossero le reazioni del pubblico. Tra i tanti visitatori capitò la regista Liliana Cavani alla quale interessarono molto le mie opere. Venne a trovarmi in studio e posso dire che seppe leggere molto bene il significato della mia ricerca. Nacque così un interessante rapporto culturale e di reciproca stima. Nel 1975 mi scrisse un’interessantissima presentazione in catalogo insieme a quella dei critici Giuseppe Marchiori e Antonello Trombadori quando il Comune di Roma organizzò una mia Personale al Palazzo delle Esposizioni. Nel 2007 cinque Sue opere di oreficeria sono state acquisite nella collezione permanente del Museo di Palazzo Pitti a Firenze ed ora sono esposte nella nuova sezione “Gioiello contemporaneo”.

Cosa si prova a stare accanto alle splendide gemme del tesoro dei granduchi di Toscana?
Certamente una grande soddisfazione. Ma anche la tranquillità di avere collocato delle opere in modo che non possono andare smarrite. Nel campo dell’oreficeria può accadere facilmente che alcuni pezzi vadano smarriti, rubati o fusi. Se non si localizza il preciso collezionista o i musei le opere possono disperdersi facilmente. Quindi un piacere sia per me sia per chi ha la bontà di collezionare i miei gioielli sapere che cinque mie opere si trovano in un luogo storico!

Desidera descriverci come nasce un Suo gioiello e quali materiali predilige?
Utilizzo forme geometriche semplici arrivando all’esaltazione della materia ottenuta evidenziandone la sua specificità: all’oro, metallo nobile, posso accostare, secondo le necessità espressive, argento, ardesia, marmo, ferro ed incastono pietre preziose che completano il gioiello con colore e luminosità. L’ornamento ha per sua natura necessità geometriche e pertanto viene spontaneo partire da determinate strutture. Queste strutture però dipendono dal tipo di materie che si devono trattare. Le materie della cosiddetta arte applicata sono materie già date, non è come in pittura che si devono costruire ex novo. La differenza dal punto di vista attuale tra l’arte applicata e l’arte è nella particolarità delle materie. Il filosofo Luigi Pareyson, professore con allievi di prestigio quali Massimo Cacciari, Umberto Eco e Gianni Vattimo scrisse «… la materia, proprio in quanto alla sua natura e alle sue caratteristiche, resiste all’intenzione formativa …». Egli formula queste teorie nel testo Estetica. Teoria della formatività. Lessi questo volume quando mi iscrissi alla Facoltà di Filosofia. Il testo era stato pubblicato verso gli anni ’60 e se l’avessi letto allora sono certo che mi avrebbe alleggerito molte fatiche! Mentre insieme al Maestro Pinto sfogliamo il suo catalogo, ripercorriamo con lui il suo passato. I suoi racconti ritornano a quando nel 1958 cominciava ad approfondire i problemi della pittura insieme ad altri artisti riunendosi nello studio di Manfredi Lanza a Villa Strohl-Fern a Roma. I loro interessi si rivolgevano alle avanguardie storiche ed in particolare al Futurismo, al Cubismo e all’Astrattismo. Dal 1960 al 1962 visse prima con alcuni amici in un casale presso Anghiari in Toscana e poi a Monteveglio presso Bologna. Erano gli anni del Concilio Vaticano II, voluto da Papa Giovanni XXIII, e Pinto ricorda che «Dossetti celebrava la Messa in italiano; frequentavo con assiduità le sue Messe dove faceva dei commenti ai testi biblici che trovavo illuminanti. Il dialogo con Dossetti, l’incontro con Davide Maria Turoldo e Giorgio La Pira, gli interessi per il Caravaggio e Pollock oltre agli scambi epistolari con Roberto Longhi maturano i suoi orientamenti culturali. Non solo pittore ed artigiano orafo quindi, ma anche persona profondamente interessata alla vita culturale che lo circonda. Nel 1968 ha conosciuto il poeta, musicista e critico Ezra Pound, e da questo incontro sono nati una serie di ritratti.

Com’era Pound visto da vicino?
Era una persona che aveva scelto il completo silenzio. Mi impressionò, mentre ascoltava, il continuo movimento che faceva con le dita di una mano sulle nocche dell’altra, come se snocciolasse un rosario, la sequenza di un suo ritmo interiore. Rimasi profondamente colpito da lui. Ascoltava e sorrideva. Lo conobbi tramite il mio amico Massimo Bacigalupo, americanista, che è stato il suo più importante traduttore. Ero ospite di Massimo a Rapallo e mi propose di andare a trovare Pound, «Volentieri!» risposi. Il poeta non si concedeva facilmente. Tornai a casa e piano piano riflettendo, disegnai il suo volto ripensando all’espressione degli occhi.

di Alessandra Stoppini

15 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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