28 • novembre • 2020

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Giulio Cesare e le idi di marzo

Giulio Cesare I successi militari di Cesare, le gelosie del Senato, il culto della personalità divinizzata dal popolo, fanno temere ad un gruppo di Senatori il sovvertimento politico da Repubblica a Dittatura. Gaio Cassio e Decimo Bruto convincono sessanta giovani con ambizioni politiche ad unirsi a loro per eliminare fisicamente Giulio Cesare. Più tardi anche Marco Bruto, figlio adottivo di Cesare, farà parte della congiura.

E’ il 15 marzo del 44 A. C. Decimo Bruto convince Cesare, riluttante per problemi di salute, a tenere un discorso nella curia di Pompeo, adiacente al Grande teatro dello stesso, situato nell’area odierna di Piazza Argentina. Caliamoci ora, per un momento, nell’atmosfera della vigilia della sua fine. Ha compiuto 55 anni. Soffre di frequenti , feroci mal di testa. Dorme pochissimo. E’ l’alba, scivola dal suo letto, ripassa con il testo del suo discorso. Fa tutto con discrezione per non disturbare Calpurnia, sua moglie, che ancora dorme. E’ piccolo di statura, indossa i suoi coturni preferiti e la sua bianchissima toga. Ora è pronto. Fa per chiamare la scorta quando Calpurnia, trafelata, lo ferma: “Cesare non andare. Ho avuto un orribile incubo, eri tra le mie braccia con la toga intrisa di sangue”. Ma lui non ha alcun sospetto.
E’ solo certo della sua onnipotenza. Sorridendo tranquillizza Calpurnia. Però, altri luttuosi presagi arrivano dall’aruspice Spurinna e da Cornelio Balbo: “Cesare, non andare”! Ma Cesare è ormai sulla portantina diretto alla curia di Pompeo. Due ali di folla lo acclamano, si prostrano, lanciano fiori, gridano suppliche al suo passaggio. Il suono delle cetre, dei cimbali, dei flauti e dei corni fa crescere emotivamente la partecipazione della folla. Un uomo si stacca da questa e corre verso la lettiga; i pretoriani lo bloccano, ma Cesare lo lascia avvicinare. E’ il retore Artemidoro che gli porge un messaggio contenente i particolari della congiura. Ubriaco di gloria e dell’amore che il popolo gli sta riversando, Cesare non lo legge. Ecco, il divus Julius sta entrando nella curia di Pompeo. La fronte alta, l’incedere da condottiero, la sicurezza del giusto, l’infallibilità del saggio.

Dentro la curia di Pompeo acclamazioni ed ovazioni lo gratificano, ma subito uno dei congiurati, Cimbro Tillio, lo aggancia al collo e lo gira perché gli altri possano colpirlo. Cesare indignato reagisce ferendo Cimbro al braccio, ma serve a poco. Marco Bruto, Gaio Cassio, Decimo Bruto, Ponzio Aquila, Cinna e Casca, già sgomenti del loro misfatto, affondano alla cieca le loro daghe nel corpo di Cesare. Ringraziavano così l’uomo che aveva dato a Roma la Gallia Cimbrina, la Gallia Belgica, metà della Spagna e parte dell’Asia Minore. Ma, lo sappiamo, la gratitudine non è un sentimento della nostra specie. Dove Cesare Cadde Cesare Cadde nell’attuale rione di Sant’Eustachio, oltraggiato dal traffico apocalittico di Largo Argentina e lo squallido abbandono della michelangiolesca Università La Sapienza. Ci sono però due splendidi teatri settecenteschi, il Valle e l’Argentina, dove vedere uno spettacolo di prosa. Cesare fu pugnalato nella curia del grande teatro di Pompeo, cioè esattamente sotto la platea del teatro Argentina.
Le propaggini dell’immenso teatro di Pompeo sono ramificate sotto Corso Vittorio, proseguono a Piazza del Paradiso, per terminare nelle grotte del teatro di Pompeo, dove è stato ricavato un simpatico ristorante.

di Giancarlo Menchinelli

15 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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