30 • ottobre • 2020

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I gatti insieme per Roma del Pantheon

Legioni di vecchiette e mature donne sole si alternano nell’esercizio di questa filantropia a buon mercato, contribuendo ad aumentare l’innata pigrizia dei gatti e la sporcizia laddove non vi sarebbe.

Ognuna ha il proprio protetto che rifocilla con cartate di spaghetti, resti di pollo o di pesce. Il gatto , mentre mangia, deve subire il ricatto di qualche carezza carica di solitudine accompagnata spesso da patetici sfoghi personali e da desolanti abbandoni di affettuose leziosaggini. I gatti romani sono giustamente noti per la loro filosofia. Finito il pasto, concessa la groppa alla mano carezzevole, si allontanano velocemente dalla benefattrice per sparire dietro la prima colonna spezzata. Meglio degli uomini conoscono, e temono, i lacci mortali dell’affetto e della riconoscenza. Sia chiaro che questi bravi gatti non bivaccano all’interno del Pantheon ma tra le rovine di alcuni templi repubblicani adiacenti il grande monumento.
Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini Il Pantheon o la “Ritonna”, come lo chiamano i romani veraci, si trova in piazza della Rotonda ed è quell’incredibile “Tempio di tutti gli Dei” eretto da Agrippa nel 27 A. C. e portato successivamente alle dimensioni attuali sotto l’impero di Adriano.

E’ il primo tempio pagano utilizzato per culto cristiano. Fino ad allora i cristiani, non meno superstiziosi dei pagani, ritenevano questo edificio infestato dai demoni. Saccheggi, restauri, aggiunte e spogliazioni hanno travagliato l’integrità del Pantheon per arrestarsi con l’ultimo asporto della travatura di bronzo del portico prelevata nel ‘600 da Urbano VIII Barberini per farne il baldacchino di San Pietro e i cannoni di castello Sant’Angelo. Questo episodio poco edificante scatenò il corrosivo risentimento di Pasquino: “quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini” (ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini). Un dono silenzioso Nell’antistante piazza della Rotonda, provinciale ma carica di personalissimo stile e di stimolante attività, una lapide ricorda il singolare e romantico dono che il Comune di Buenos Aires fece ai romani nel 1906. Era un pavimento in legno che per molti anni ha ricoperto il suolo della piazza “per ricordare in religioso silenzio le tombe venerate dei due primi re d’Italia”. Sotto l’immane cupola della “Ritonna” riposano infatti le spoglie di Vittorio Emanuele II e di Umberto I.
Ai cari e generosi bonearensi è sfuggito, nella compilazione dell’epigrafe, il nome di un altro illustre defunto che dorme insieme ai re: Raffaello Sanzio.

15 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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