26 • ottobre • 2020

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Igor Patruno presenta Via Poma vent’anni dopo

L’omicidio di via Poma è divenuto un omicidio mediatico anche in ragione del grande scalpore suscitato negli anni ’90. La giovane ragazza di periferia andata a morire nel palazzo dei ricchi ha colpito nel profondo l’immaginario collettivo, anche per quelle 29 coltellate portate con furia micidiale in ogni parte del corpo, a segnare un percorso di odio smisurato, anche per quel sangue che avrebbe dovuto esserci ma che non è stato ritrovato (almeno nella quantità che un omicidio del genere inevitabilmente comporta). Simonetta aveva poco più di venti anni ed era una ragazza esuberante. Non sempre questa voglia di divertirsi e di stare bene con gli altri veniva interpretata per quello che era, ovvero per un forte attaccamento alla vita, per una voglia di assaporarla e di coglierne le poche cose buone. Lo si avverte parlando con i suoi amici, lo si intuisce da certe frasi appena accennate, pronunciate da chi la frequentava e la conosceva. Al di là delle tante chiacchiere Simonetta era una ragazza giudiziosa e prudente, su questo non c’è dubbio. I genitori, la madre soprattutto, l’avevano educata a non fidarsi mai troppo degli altri, a dire loro sempre con chi usciva e dove andava. E lei telefonava se faceva tardi, si faceva riaccompagnare dagli amici quando tornava dalla discoteca o dal cinema e, di certo, non avrebbe mai aperto la porta dell’ufficio senza prima accertarsi chi ci fosse dall’altra parte. Insomma, non avrebbe mai aperto ad uno sconosciuto. L’essere cresciuta in un quartiere popolare l’aveva poi abituata a farsi rispettare, a tenere alla giusta distanza quelli che avrebbero volentieri voluto approfittare della sua apparente disponibilità. La vita di Simonetta girava tutta all’interno di un mondo dai contorni ben definiti: la famiglia (viveva ancora a casa dei genitori con la sorella Paola), il fidanzato, la comitiva e il lavoro. Ed i suoi problemi non erano poi così diversi da quelli di tante sue coetanee: un ragazzo un po’ troppo distratto, un lavoro precario, qualche tensione nel gruppo di amici ed amiche. Nulla di particolarmente drammatico per una che non aveva la propensione a scoraggiarsi, a gettare la spugna prima del tempo. È stata anche questa apparente normalità a disorientare gli inquirenti, a lasciarli senza una pista vera da seguire. Nessuna particolare zona d’ombra, nessun rapporto insolito. La vita di Simonetta si è presentata agli occhi degli investigatori senza alcuna oscurità, senza segreti da svelare. Anche Raniero Busco, il suo ragazzo, è restato sullo sfondo, in una sorta di limbo senza connotazione, in una posizione relazionale senza infamia e senza lode. Certo lei gli scriveva dei bigliettini che poi non aveva il coraggio di recapitargli davvero, annotazioni rapide da dove tuttavia si evince l’innamoramento e il desiderio di alzare qualitativamente il livello del rapporto. Lui sembrava più preso dalla sua avvenenza, dalla sua esteriorità e di impegnarsi oltre un certo limite proprio non gli andava. Aveva i suoi amici, una passione per i motori delle auto sportive e una gran voglia di divertirsi, insomma aveva altre priorità. Il loro era un rapporto consolidato più dall’abitudine che dalla passione. Anche se stavano insieme da poco meno di due anni avevano raggiunto una sorta di equilibrio: si vedevano il sabato e la domenica perché lui faceva il turno di notte alle officine dell’Alitalia, si cercavano al telefono il minimo indispensabile, condividevano la frequentazione della medesima comitiva di amici (quella che si riuniva la sera al bar Ai Portici di Morena), all’interno della quale avevano le loro preferenze relazionali non necessariamente coincidenti. Un rapporto apparentemente lineare quello tra Simonetta e Raniero, eppure fragile. Forse, addirittura, sul punto di implodere, di liquefarsi senza lasciare tracce consistenti. Lei ne era invaghita, su questo non c’è dubbio, ma aveva anche capito che lui non avrebbe, almeno per il momento, cambiato atteggiamento, magari dimostrandosi più attento, più presente. Tant’è che aveva ricominciato a guardarsi attorno, a rendersi disponibile a nuove conoscenze e frequentazioni, anche fuori dal giro abituale della comitiva di Morena. L’aveva fatto con garbo, senza spingersi troppo oltre, chiarendo sempre che c’era ancora Raniero nella sua vita. Quasi una prova di scena per uscire da quella rappresentazione che aveva iniziato ad andarle troppo stretta. Si è molto parlato e scritto, ad un certo punto, di un ragazzo incontrato a Tor San Lorenzo con il quale, a detta della sua amica del cuore, lei aveva manifestato qualche interesse. Ma ancora una volta quello che emerge dai racconti e dalle testimonianze è l’assenza di slancio, la manifestazione dell’innamoramento, la scintilla che fa decidere senza remore di troncare una situazione per iniziarne una nuova. È davvero difficile, se non impossibile, capire con il senno del poi cosa vagasse nei pensieri intimi di Simonetta. Forse cercava solo qualche sicurezza in più, forse voleva punire la scarsa emotività del suo ragazzo distratto, forse si era davvero decisa a dare un taglio e a ricominciare, anche se probabilmente non aveva ancora pienamente maturato la decisione. Oppure voleva dare a Raniero un’ultima possibilità di riscatto, perché in fondo lo considerava davvero “il suo principe azzurro”, o anche voleva solo aspettare ancora un po’ prima di lasciarlo perché non si sentiva pronta a riconoscere la fine di un rapporto sul quale, almeno lei, aveva molto investito. Altrettanto difficile è ricostruire tutte le telefonate, gli incontri e gli spostamenti degli ultimi due mesi di vita. Simonetta aveva una vita abbastanza lineare e poi davvero in famiglia raccontava “quasi” tutto. Eppure quel “quasi” un margine per qualche conoscenza “nuova” e non dichiarata e raccontata alla famiglia e agli amici lo ha lasciato. C’è una litigata con un ragazzo che la considerava responsabile della fine di una sua relazione, c’è il ragazzo misterioso (poi individuato dalla Polizia) che la chiamava mantenendo l’anonimato, c’è una golf grigia che la riaccompagna a casa proprio la sera prima dell’omicidio: di tutti questi eventi la famiglia sembra non essere a conoscenza, emergeranno nel corso delle varie indagini. Ma non è finita! Soprattutto c’è quell’aver detto così poco sul suo lavoro a via Poma, dove andava due volte a settimana, tant’è che la sorella Paola e i genitori non ne conoscono nemmeno l’indirizzo e non sanno che lei ha lavorato “sola” in quell’ufficio almeno altre due o tre volte oltre a quel 7 agosto. Il padre Claudio dichiarerà poi che se lo avesse saputo non ce l’avrebbe mai mandata e un tribunale condannerà l’Aiag per non aver preso tutte le misure necessarie alla sicurezza della ragazza. E poi sembra davvero strano che lei, così scontenta per la poca “passionalità” del suo ragazzo sia stata uccisa con le modalità classiche di un omicidio passionale. Gli sviluppi cui ha condotto l’indagine riaperta da Roberto Cavallone e conclusa da Ilaria Calò, conclusa con il rinvio a giudizio e con il processo in Corte d’Assise per Raniero Busco, sono noti. Soprattutto dopo il “suicidio” di Pietrino Vanacore i riflettori mediatici si sono di nuovo accesi sulla vicenda dividendo la gente tra innocentisti e colpevolisti. Nulla di strano in verità! È quello che di solito accade quando i media portano un caso dalle aule dei tribunali, o dalle scrivanie dei magistrati, fin dentro le case della gente comune, appassionandola, coinvolgendola, o come è stato per l’omicidio di via Poma, appassionandola di nuovo. Negli anni ’90 era accaduto qualcosa di simile. Già allora presunti colpevoli avevano diviso la pubblica opinione tra chi si diceva certo della loro colpevolezza e chi invece avanzava dubbi e perplessità. Il sopralluogo condotto dalla Polizia Scientifica e dai funzionari della Mobile di Roma al terzo piano di via Poma nella notte tra il 7 e l’8 agosto del 1990 è stato fondamentale per gli esiti infruttuosi della prima inchiesta. La situazione riscontrata negli uffici dell’Aiag, le condizioni nelle quali è stato rinvenuto il corpo, le prime battute scambiate con il portiere dello stabile e con gli altri testimoni del ritrovamento, ma soprattutto una deliberata alterazione della scena del crimine fatta nelle ore immediatamente successive all’omicidio hanno influenzato in modo determinante la direzione presa poi dagli investigatori e dal magistrato. Dal processo sta venendo fuori, al di là di ogni ragionevole dubbio, che sulla scena del crimine oltre all’assassino abbia agito anche qualcun altro. Per questo l’omicidio è restato irrisolto, per questo la pista che forse si sarebbe potuto battere sin dall’inizio è rimasta occultata. A venti anni dall’omicidio resta ancora da stabilire quali caratteristiche abbia avuto l’intervento del secondo personaggio che si è introdotto nell’appartamento e, soprattutto, quali siano state le motivazioni che lo hanno spinto ad agire. Prove inoppugnabili a carico di Raniero Busco non ce ne sono, manca ancora una cronologia precisa degli eventi che dovrebbero averlo coinvolto e, più di ogni altra cosa, manca una motivazione plausibile, insomma un movente! Si tratta di un processo indiziario. Nonostante questo si spera che possa finalmente emergere la verità e che possa stringersi il cerchio attorno ad un assassino vigliacco che ha vissuto impunito la sua squallida vita.

8 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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