29 • ottobre • 2020

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Il libro del Mese – Alberto Moravia. Una vita controvoglia. Renzo Paris

 

“Sapevo appena scrivere che già raccontavo a me stesso dei romanzi che inventavo lì per lì un giorno dopo l’altro, riprendendo la traccia al punto giusto in cui l’avevo lasciata il giorno precedente. Romanzi puramente vocali… prima concependo la frase secondo l’orecchio e poi trascrivendola sulla carta”. Così diceva di sé Alberto Moravia “ragazzo a vita che ha attraversato da protagonista un intero secolo” per il quale la scrittura non fu una vocazione ma un’esigenza vitale.

Il volume che fa parte della collana Ritratti della casa editrice romana redatta da Renzo Paris critico, scrittore e poeta che fu amico di Moravia fino alla scomparsa dello scrittore “lo incontrai nella primavera del 1965 a Lungotevere della Vittoria”, era uscito per la prima volta nel 1996 per Giunti. La seconda edizione era apparsa nel 2007 negli Oscar saggi Mondadori in occasione della nascita dell’autore degli Indifferenti. La presente edizione, la terza, è stata editata lo scorso aprile, in occasione del ventitreesimo anno della morte, avvenuta nell’abitazione dello scrittore sita in Lungotevere della Vittoria 1, la mattina del 26 settembre 1990, a causa di un ictus cerebrale. Quest’ultima pubblicazione è stata rivista e aggiornata in quanto contiene un ragguardevole numero di lettere moraviane pubblicate dal 2007 ad oggi come quelle inviate alla zia Amelia Rosselli, quelle di e a Elsa Morante, oltre alle missive di un giovane Moravia al conte Ciano e al Duce conservate nell’Archivio di Stato.

Alberto Pincherle Moravia “l’uomo solo che del romanzo era un maestro” secondo la definizione di Sandro Penna “nacque a Roma il 28 novembre 1907, in una palazzina liberty di Via Sgambati, una traversa di Via Po, che affaccia su Villa Borghese, con il Museo omonimo bene in vista, poco lontano dall’Uccelliera e dal Giardino zoologico”. Il padre Carlo architetto e pittore dilettante era un uomo “brusco e scorbutico in famiglia”, la madre Teresa Iginia De Marsanich, detta Gina era una signora alta, elegante, che andava spesso dalla sarta con il figlio. Alberto, secondo di quattro figli: Adriana pittrice, Elena e infine Gastone che sarebbe morto nel 1941 durante la II Guerra Mondiale a Tobruk, era un bambino ipersensibile a volte sonnambulo. Nella Roma provinciale e ancora bucolica dei primi anni del 900 (a volte il bambino Alberto incontrava i pastori con greggi di pecore che attraversavano i campi attorno alla sua abitazione) per il piccolo Villa Borghese era un affascinante terreno di caccia.

La solitudine del futuro scrittore si era accentuata dopo la nascita di Gastone, quindi a forza di star solo il giovane Pincherle aveva iniziato a raccontarsi storie “ad ascoltare quell’io profondo che gli detterà tutti i suoi romanzi. Da ragazzino scrisse racconti e poesie in francese”. Nel frattempo la famiglia si era trasferita in via Donizetti in una casa più grande a pochi passi dalla precedente. Il ragazzino Alberto cresceva e si raccontava a voce storie, infatti, aveva avuto la vocazione del romanziere orale prima di quella dello scrittore. Non scriveva per recitare ma recitava per scrivere, “un’autorecita che si deponeva sulla carta, che veniva trascritta mentre la voce si interiorizzava nella sua solitudine”. I primi racconti di Moravia erano monologhi esibiti all’altro se stesso, che doveva ascoltarli, all’altro occhio, che doveva rappresentarli. “Di qui la schizofrenia dell’artista che guarda la sua vita scorrere come fosse quella di un altro”. A 12 anni Alberto aveva a disposizione l’intera giornata per inventarsi la noia. “Je m’ennuie” gridava però se qualcuno gli domandava cosa avesse voluto fare da grande, il nostro autore più grande del secolo breve rispondeva senza battere ciglio: “lo scrittore”.

Renzo Paris in questa biografia iniziata già quando Moravia era ancora in vita (“gli dissi che stavo scrivendo un romanzo – saggio” allo scopo di ricercare la sua esistenza dietro ai suoi racconti”) dipinge il ritratto di un uomo ma anche di una società “dai contorni difficili, perché attraversati da una Storia difficile e amara” secondo la riflessione di Enzo Siciliano. Paris confessa che la narrazione della “vita controvoglia” dell’amico Alberto dedicata ai lettori più giovani con la speranza che “nella narrativa globale il romanzo italiano resti comunque tra i loro principali interessi”, gli ha permesso di “ritrarre la grande cultura italiana della prima e della seconda metà del Novecento, facendo rivivere sotto gli occhi del lettore, l’ultima grande stagione del romanzo italiano”.  Infatti, i tanti libri redatti da Moravia non hanno mai smesso di interessare lettori giovani e meno giovani e anche nelle università straniere è considerato ormai un classico. Attraverso le pagine della biografia, Paris ci restituisce la personalità di un uomo seduttivo, fine intellettuale, amante dei viaggi, curioso di tutto, corpo e anima. Una figura viva e complessa che rivive grazie a lettere, documenti e testimonianze, perché i volumi che Moravia ci ha lasciato sono lo specchio della sua esistenza, di ciò che vide e visse.

Forse il ritratto più vero di Alberto Moravia è quello che gli ha fatto Mario Schifano, un volto sdoppiato, allegrissimo e tristissimo allo stesso tempo, attraversato da flussi elettrici, giacché non era raro notare nell’autore dopo scoppi di chiassosa allegria, d’un tratto una profonda tristezza. “In quel momento sembrava l’uomo più solo della terra”. Come in un film scorrono gli anni che hanno segnato il secolo appena trascorso che si intrecciano alla vita quotidiana del protagonista e alla sua intensa attività letteraria. La tubercolosi ossea che si aggravò a 13 anni nel 1920, la difficile convalescenza presso l’Istituto Elioterapico Codivilla a Cortina, la genesi degli Indifferenti scritto a Bressanone nell’ottobre del 1925, la successiva pubblicazione presso la casa editrice Alpes di Milano e lo strabiliante successo di pubblico. “Michele Ardengo il vero protagonista del romanzo è la maschera moraviana per eccellenza”. Viene posto in rilievo lo spirito di conversazione di Moravia “tra i più acuti” e la capacità del giovane Alberto di comunicare con persone adulte, di intrecciare rapporti con gente dalla mente molto aperta come fu il caso dei suoi primi amici tutti intellettuali di cultura internazionale.

Gli anni del fascismo che teneva d’occhio l’autore de La ciociara e de La romana, il difficile matrimonio con Elsa Morante “fece di Elsa la sua croce, il suo angelo sterminatore, la sua oscura coscienza critica”, l’impegno politico del dopoguerra, l’intensa vita sentimentale. Ancora, la lunga relazione con Dacia Maraini “lei apprezzava di lui l’intelligenza e il successo, e lui era innamorato della sua giovinezza”, i tanti viaggi “l’Africa continente da lui più frequentato e su cui ha scritto pagine indimenticabili”, l’ultimo matrimonio con Carmen Llera.

Una cosa è certa di Alberto Moravia si poteva dire tutto eccetto che lasciasse indifferenti. Ciò che colpisce nella lettura di questa accurata e documentata biografia è che si legge come se fosse un romanzo, perché possiede la chiarezza e la densità espressiva della narrativa. È stato certamente questo l’intento di Renzo Paris, che non ha caso ha posto come esergo del volume una frase del saggista e critico letterario francese Roland Barthes:

“Ogni biografia è un romanzo che non osa dire il suo nome”.

a cura di Alessandra Stoppini

Renzo Paris
Castelvecchi 2013
Pp. 376 – 25,00 Euro Alberto Moravia. Una vita controvoglia
3 Ottobre 2013  •   Davide   •   0
 
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