31 • ottobre • 2020

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Il libro del Mese – La ragazza con il violino di Giulia Mafai

“Misteriosa e affascinante, dura e inflessibile, affettuosa e al tempo stesso lontana e distante. Invincibile”. Così era per le figlie Miriam, Simona e Giulia, Antonietta Raphael pittrice e scultrice lituana, capelli biondissimi, pelle chiara e luminosa la cui esistenza rivive nelle belle pagine che la figlia minore Giulia dedica alla madre “persona straordinaria, grande artista nell’animo e nelle opere”. Una donna che profumava di latte, borotalco e arancio, unica e diversa in tutto: nella lingua dall’accento assurdo, nei giudizi severi e senza appello, nell’aspetto così fuori dal comune, nella mancanza di trucco, nel modo curioso e stravagante di vestirsi e nell’assoluta indifferenza per il giudizio degli altri. Anche il lavoro che Antonietta svolgeva era strano, adatto più a un muratore che a una donna. Un essere completamente diverso da tutti gli altri quindi e “anche noi tutti, per merito o per causa sua, eravamo dei diversi e non appartenevamo a nessun mondo”.  Del resto, Antonietta Raphael, compagna e poi moglie del pittore Mario Mafai (1902 – 1965 iniziatore nel 1929 con Scipione e la stessa Raphael del gruppo artistico denominato Scuola romana) “apparteneva alla numerosa, antica schiera della yiddish – mama”. Uno splendido ritratto di una famiglia di artisti anticonformisti squattrinati, fuori dalle regole, “spiriti liberi” dove le figlie erano cresciute rapidamente anche per via della situazione politica di quegli anni “diventando per mia madre e mio padre dei veri interlocutori”.

Quasi duecento pagine corredate da alcune fotografie che rievocano un’epoca e che attraversano anni importanti della nostra storia: il fascismo, le leggi razziali “noi non pensammo mai di fuggire all’estero… ”, la II Guerra Mondiale “il 10 giugno del 1040 ero a casa di una compagna di scuola e facevamo i compiti, quando la radio trasmise la dichiarazione di guerra”, e il dopoguerra. Antonietta nata il 29 luglio del 1893 nel piccolo villaggio di Kaunas in Lituania e scomparsa a Roma il 5 settembre 1975, era figlia del rabbi Simon (volto dolce e saggio così nel 1928 lo raffigurerà la figlia in una “piccola icona preziosa”) e di Kaja dal carattere forte, alta e con un fisico asciutto. Antonietta era la più piccola di casa, l’ultima arrivata in una famiglia numerosa, amata e coccolata da tutti, chiamata con il vezzeggiativo di Nicomola. Nei primi anni del Novecento mentre in Europa si diffondeva il pensiero socialista, la Russia dell’infanzia di Antonietta sospesa tra mito e leggenda, che si ritrova nel mondo sottosopra dipinto da Chagall o nei romanzi di Singer, era attraversata da una violenta ondata di antisemitismo alimentata dai giornali e da vecchie leggende medievali.

Dopo la morte del padre nel 1093 Antonietta e la madre Kaja si erano rifugiate a Londra nel vitale East End (ritrovo di intellettuali, poeti, pittori e sognatori affamati di sapere e desiderosi di emergere) dove già si trovavano i fratelli maggiori dell’artista. Nella capitale dell’Impero Britannico Antonietta che già conosceva molte lingue (il russo, il tedesco e lo yiddish) aveva imparato subito l’inglese che insieme con l’italiano sarebbe diventata la sua vera lingua. Ambiziosa e piena di sogni la ragazza si era diplomata con onore in pianoforte e violino presso la Royal Academy of Music e aveva iniziato a insegnare. In questi anni il rapporto con la madre si era fatto più intenso, uno dei primi dipinti della Raphael fu un ritratto di Kaja, non a caso il tema della maternità sempre presente nelle sculture dell’artista è legato al ricordo materno. Dopo aver scoperto che un blocco psicologico le impediva di esibirsi in pubblico Antonietta si era rivolta verso nuovi interessi: il teatro e la pittura. La terribile epidemia di spagnola dilagata alla fine della Grande Guerra in tutta Europa che aveva fatto milioni di vittime in tutto il continente in due anni aveva ucciso anche Kaja. Era arrivato per Antonietta il momento di partire alla scoperta del mondo, di quel mondo che la aspettava per stupirla. “Desideravo vedere il mondo e molti mezzi non avevo, al di fuori della mia gioventù, del mio coraggio e del mio sorriso spensierato… ”.

Una giovane donna emancipata, non bella ma dotata di un grande fascino, figlia ideale delle suffragette inglesi di fine secolo che avevano a lungo combattuto per ottenere il diritto al voto, nel 1924 dopo un breve soggiorno in Francia arrivava a Roma, non ancora capitale europea. In “quel grosso paesone tranquillo”, ancora in gran parte chiuso dentro le pesanti mura della sua storia millenaria, antica, medievale e papalina, Antonietta sarebbe andata incontro al proprio destino che si chiamava Mario Mafai. “Roma mi affascinava e mi appariva più bella che mai, più bella ancora di tutte le descrizioni che avevo letto!”. Qui nel centro di Roma, al centro del mondo, frequentando il corso di disegno del nudo all’Accademia di Belle Arti di via Ripetta la ventinovenne Antonietta aveva conosciuto il giovane Mafai di soli 22 anni il quale frequentava gli stessi corsi insieme al suo inseparabile amico Gino Bonichi, detto Scipione. Gli altri studenti chiamavano questa strana coppia i Dioscuri: Mario timido, magrolino, riservato, Gino, alto, possente, vitale ed entusiasta. Antonietta si era subito innamorata di Mafai “aveva un’aria così spirituale… sembrava un giovane rabbi… ”, allora già stufo dei vecchi dettami della scuola accademica, incerto sul suo futuro, perché lui era povero e l’arte è un lusso. Le figlie che sarebbero nate da quest’amore Miriam (1926 – 2012, giornalista, scrittrice e politica), Simona (1928) e Giulia (1930, nota costumista di cinema e teatro) sapevano bene cosa avesse conquistato reciprocamente Antonietta e Mario, cioè “quell’attrazione per il diverso, l’inesauribile bagaglio di conoscenze che avevano da offrire l’una all’altro”.

Per tutta la vita i due artisti sarebbero rimasti profondamente innamorati ed eternamente litigiosi perché lei era irruente, piena di entusiasmo, forte e determinata, istintiva e con l’anima della lottatrice. Lui, al contrario era riflessivo, introverso, di saldi principi morali. Antonietta era convinta di aver trovato l’uomo della sua vita ma nello stesso tempo aveva paura di aver perso se stessa. Scorrono le pagine di questa biografia e vediamo Mario e Antonietta nella casa di via Cavour nella quale erano andati a vivere, abitazione che diventò un approdo per tutti quegli artisti che cercavano un nuovo modo di dipingere in opposizione al neoclassicismo di allora. Antonietta nella Roma mussoliniana del ’27 si alzava all’alba e carica di tele e colori, usciva da casa per dipingere la città sonnacchiosa e ancora vuota, per cogliere la luce magica del primo mattino. Nel 1930 la coppia di artisti aveva cercato fortuna a Parigi abitando a Montparnasse conducendo una vita da studenti poveri. Il racconto di quel periodo si può ritrovare nell’autobiografia postuma di Miriam Mafai Una vita quasi due (Rizzoli 2012) curata dalla figlia Sara Scalia. Il 1935 sarebbe stato un anno importante per i Mafai: il matrimonio tra Mario e Antonietta e l’esposizione alla II Quadriennale di Roma di 29 tele di Mafai (tra i quali Il ritratto di Antonietta), evento che avrebbe sancito la sua posizione. Nel frattempo Roma stava cambiando, se da un lato ancora si poteva vedere di notte a Piazza Indipendenza un mare di grigio – beige in movimento, centinaia e centinaia di pecore, capre, agnelli (la transumanza che dai monti dell’Abruzzo raggiungeva le campagne incolte dell’Agro Romano e le ampie spiagge del litorale di Ostia e Fiumicino), dall’altro lato Roma era tutta un cantiere. Si aprivano nuove strade, si sventrava la città con piani di urbanistica monumentale che dovevano celebrare i fasti dell’Impero coloniale. Si era fatto scempio senza alcun rispetto del tessuto della vecchia città e Mafai aveva immortalato quell’istante nel dipinto Demolizioni dove queste distruzioni erano viste come foschi presagi di distruzioni ancora più tragiche che stavano per arrivare. L’opera insieme ad alcune sculture di Antonietta è stata esposta nel 2010 nella mostra Percorsi del Novecento romano al Casino dei Principi di Villa Torlonia a Roma. Protagonista di questo volume dai toni delicati e struggenti è anche la nostra città, i suoi colori e le sue atmosfere. “… e i rossi di porpora e i rossi in penombra, il rosso delle ferite e il rosso della passione, il rosso gloria, tutti i toni nel rosso che il vecchio travertino e la torpida acqua del Tevere ingoiavano negli estivi tramonti di Roma”, secondo la definizione del poeta Giuseppe Ungaretti.

“Mia madre era una strega, anzi la Regina delle Streghe, la Regina delle Baba – Yaga” per la quale l’arte e la cultura erano una forma di nobiltà. Giulia Mafai ricordando il forte legame che aveva unito i suoi genitori “ho sempre scherzato sul fatto che ho preso dai miei genitori tutti i difetti degli artisti senza ereditare nessuna delle loro straordinarie capacità” nell’esergo del libro ha posto un significativo verso di una poesia di Montale: “Eppure non mi dà riposo sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa”.

di Alessandra Stoppini

Giulia Mafai
Skira 2013
Pp. 187 – 18,50 Euro. La ragazza con il violino

 

6 Aprile 2013  •   Davide   •   0
 
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