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IL LIBRO DEL MESE: L’isola e le rose di Walter Veltroni

 

È un viaggio nella memoria, nel nostro comune passato, l’ultimo libro di Walter Veltroni dedicato alle figlie “Martina e Vittoria, perché le parole, la fantasia, il pensiero degli altri salvano il mondo” che in una settimana ha stabilito il record di tre edizioni stampate. Si tratta di un racconto tra nostalgia e rimpianto di una grande amicizia condivisa e di un’utopia realizzata anche se breve, ambientata “in una stagione di passioni antiche quella del ’68 “ anno fatidico sotto molti punti di vista. Al largo di Rimini, città di Federico Fellini ma anche tra le città più colpite durante la II Guerra Mondiale, una piattaforma, un’isola artificiale sarebbe stato il sogno di libertà di un gruppo di ragazzi testardi e avventurosi. Un “progetto folle figlio dell’ottimismo degli anni Sessanta” che era la rappresentazione di quello spirito innovativo di una generazione che era “mossa da una incontenibile voglia di vivere, migliorare, scoprire”. Ragazzi che “sognavano cose da realizzare, fossero anche impossibili” come aveva fatto Ulisse, per non costringersi a viver come bruti desiderando di seguire “virtute e canoscenza”. Come era accaduto a Cristoforo Colombo che “non era un realista”. Come non lo era Galileo giacché “cercavano qualcosa che non c’era ancora, nella coscienza e nel sapere di tutti”. Nel romanzo che Gino Paoli nel quotidiano Il Secolo XIX ha definito “una storia così disponibile che ci si possono attaccare i ricordi, le speranze, le utopie, i divertimenti e i sogni di ieri”, tutto ha inizio ai giorni nostri in una mattina di tarda estate al largo del Mar Adriatico “piatto e dolente” quando Giovanni durante un’immersione ritrova per caso un oggetto di color “arancione sbiadito, come consumato”. Quell’oggetto “che ha resistito in fondo al mare per chissà quanto tempo” si rivela essere un contenitore frigorifero portatile “che si usavano un tempo”. Giovanni una volta aperta “la borsa frigorifera” trova nell’interno “un mucchio di dischi a quarantacinque giri, perfettamente conservati, disegni stampati”, un microfono, “un berretto blu stinto e una bandierina scolorita”, “alcune carte ingiallite scritte in una strana lingua” con un’intestazione Insulo de la Rozoj. Cosa vorrà dire? Sarà il nonno di Daniela, appassionata di esperanto a rievocare “una lunga storia. Lunga, magica e dolorosa” come sottofondo She’s a Rainbow dei Rolling Stones. Giulio “il bello della compagnia”, Giacomo e Lorenzo “il sognatore” figlio del proprietario del “mitico Grand Hotel”, “erano stati a scuola insieme”, “si erano giurati di restare amici per sempre”. Si erano laureati, qualcuno già lavorava, altri aspettavano un impiego. “… perché non costruiamo un isolotto, una piattaforma, un luogo che possa accogliere le persone? Una specie di comunità dell’arte”. Da questa idea folle, utopica parte “il romanzo di un’incredibile storia vera” realmente accaduta prendendo in prestito il sottotitolo del volume. Finanziati dal padre di Lorenzo, il ragionier Guerrieri, aiutati dai progetti di Simone “il genio della classe”, dalla bella Elisa dalla “mente tecnica” dalla giornalista con lo chignon nero Laura e dalla bella barista Luana, questi “ragazzi sognatori” riuscirono a far edificare “distante sei miglia dalla costa, poco più di undici km” dove lo spazio è internazionale, cioè fuori dalla legislazione degli stati l’Isola delle Rose, una “robusta struttura in cemento e acciaio”. “Un’isola del bello, della scienza e dell’arte, in mezzo all’Adriatico” inaugurata il 16 maggio del 1968 ospite d’onore l’attrice dagli occhi verdi Marilù Tolo adorata dal ragionier Guerrieri. La “strana piattaforma al largo di Rimini” che avrebbe dovuto ospitare “un nuovo tipo di albergo. Una piccola locanda sul mare. Molto esclusiva. Per scrittori e artisti”, era “la prima sfida realizzata della loro vita, la dimostrazione che un sogno può prendere forma, che un’utopia può diventare concreta, che le parole possono farsi legno e ferro”. In questo stato sovrano, indipendente, simbolo di una città ideale, un po’ hippy e un po’ bohémien si parlava l’esperanto “lingua etnica”, “di tutti e di nessuno, semplice, universale”. La stazione radio dell’Insulo de la Rozoj era ascoltata da tutte le radio della riviera perché “le porte erano aperte e tutti potevano dire la loro in trasmissione”. Gli argomenti spaziavano dal Vietnam al servizio di leva, da Robert Kennedy a Martin Luther King, dalla pillola anticoncezionale alla minigonna, dalla legge sui manicomi “alla vittoria dell’Italia agli Europei di calcio”. Per “risalire dalle parole alla musica” il modello era la trasmissione rivoluzionaria Per voi giovani di Renzo Arbore. “Oggi è Ferragosto. Auguri a tutti. A te che stai per mettere Azzurro nel jukebox, a te che versi lo zucchero nel primo caffè del mattino, a te che ti sei stufato di leggere Kant… ”. Questo “sogno da Peter Pan realizzato” però fu subito giudicato pericoloso e sovversivo dalla polizia e dall’ordine costituito perché “non solo hanno deciso di proclamarsi stato indipendente, ma hanno anche scelto la loro lingua ufficiale”. L’isola in mezzo al mare rischiava di diventare l’isola che non c’è più. Per riportare alla luce una storia dimenticata, l’autore che è stato direttore dell’Unità, e ha avuto molti incarichi politici come vicepresidente del Consiglio, sindaco di Roma, segretario del Partito Democratico e candidato premier alle elezioni politiche del 2008, ha visitato Rimini città “poeticamente strana” incontrando il creatore della vera Isola delle Rose, l’ingegner Giorgio Rosa e alcuni protagonisti della vicenda come Franca Serra che andò a lavorare nell’Isola “e lì ci ha lasciato il cuore”. Giornalista e scrittore oltre che uomo politico Veltroni ha respirato l’aria tipicamente felliniana di Rimini come quelle manine di Fellini che “quando cominciavano a scendere dal cielo, a Rimini si diceva le manine sono su e l’inverno non c’è più”. Se in Noi, il precedente romanzo di Veltroni, lo scrittore descriveva anni cruciali, nodali in quatto stagioni che hanno cambiato il corso della nostra storia, nel suo ultimo romanzo l’autore pone a confronto due generazioni e due tempi storici: l’attuale “l’era della sfiducia, del ripiegamento su noi stessi, della chiusura” e gli anni Sessanta pieni di speranza, di fiducia e di forza di volontà. Un’epoca d’oro fatta di uomini come Bob Kennedy e Martin Luther King assassinati proprio nel 1968. L’utopia è necessaria desidera ricordarci l’autore che tra le pagine del libro sembra volersi rivolgere a tutti quei giovani “depressi e sfiduciati, angosciati e isterici” che non hanno nessuna direzione da seguire. Veltroni si riconferma un affabulatore di classe raccontandoci un’era che i nostri genitori ricordano con nostalgia e una storia che non poteva non diventare un romanzo. “E’ straordinario come Walter sappia raccontare la vita di una generazione” in un volume dove “traspare un amore profondo verso il nostro Paese e una fiducia nelle sue potenzialità”. Sono le parole di Massimo D’Alema che ha recensito L’Isola e le rose sull’Unità nell’articolo intitolato Un sogno può riunire i figli con i padri. “Per tutti quelli della mia generazione il romanzo di Walter Veltroni ha il sapore della nostalgia e ci riporta in un tempo cruciale della nostra vita personale”. Un libro che contiene una splendida colonna sonora di musiche evergreen (Beatles, Doors, Otis Redding, Rolling Stones, Sonny & Cher, Mina con Se telefonando, Fabrizio De André con Bocca di Rosa e Patty Pravo con Ragazzo triste). A motivo di ciò desideriamo citare la strofa della canzone di Ivano Fossati C’è tempo che Walter Veltroni ha posto nella pagina dei ringraziamenti. “Dicono che c’è un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare. Io dico che c’è un tempo sognato che bisognava sognare”.

Walter Veltroni
L’isola e le rose
Rizzoli 2012
Pp. 320 – 17,50 Euro.

15 Novembre 2012  •   Davide   •   0
 
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