22 • ottobre • 2020

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Il mobbing e le sue conseguenze psicologiche

Negli ultimi dieci anni i casi di mobbing denunciati hanno avuto un incremento esponenziale. In Italia il numero di vittime del mobbing è stimato intorno a 1 milione e 200 mila. Inoltre, se si considera che la maggioranza dei casi non viene denunciata, è probabile che la reale frequenza del mobbing sia sottostimata.

Il termine mobbing (dall’inglese “mob” che a sua volta deriva dall’espressione latina “mobile vulgus”: ovvero “gentaglia, folla grande e disordinata”) è stato coniato agli inizi degli anni settanta dall’etnologo Konrad Lorenz per descrivere un particolare comportamento di alcune specie animali che circondano in gruppo un proprio simile e lo assalgono rumorosamente per allontanarlo dal branco.

Il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione psicologica nell’ambiente di lavoro è stato alla fine degli anni ’80 lo psicologo svedese Heinz Leymann che lo definiva come una comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo, progressivamente spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa. Con questo termine si designa, infatti, una forma di violenza psicologica, sistematica e protratta nel tempo, che viene esercitata sul luogo di lavoro ad opera di colleghi (“mobbing di tipo orizzontale”) o superiori (“mobbing di tipo verticale”), allo scopo di demansionare il lavoratore, isolarlo, obbligarlo al trasferimento o alle dimissioni. Il mobbing strategico si ha quando l’attività vessatoria e dequalificante tende ad espellere il lavoratore, per far posto ad un altro lavoratore (di solito in posizioni di dirigenza o apicali). In tutti questi casi, si arriva alla progressiva preclusione di mezzi e relazioni interpersonali, indispensabili allo svolgimento di una normale e serena attività lavorativa. Poiché per ottenere tali scopi vengono esercitati angherie, vessazioni, emarginazione, umiliazioni, maldicenze,ecc. il mobbing induce la persona in una condizione lesiva della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica. Per questi motivi, il mobbing è altamente destabilizzante per la salute psicologica della persona.

Anche se il mobbing non è una malattia, può essere la causa di malattie fisiche o psicologiche. In particolare il mobbing è traumatico per il suo effetto sull’autostima, poiché distrugge l’identità del lavoratore; basti pensare al senso di emarginazione, allo stress, al senso di svalutazione di sé a livello professionale e come persona, al senso di frustrazione e alla conseguente rabbia. Sono frequenti depressione, insonnia, isolamento, e tra i sintomi psicosomatici: cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, gastrite, dermatosi.
Il suicidio è riportato in un numero non trascurabile di casi. La patologia psichiatrica più frequentemente associata al mobbing è il disturbo dell’adattamento; esso si compone di un insieme di sintomi di ansia e depressione legati a eventi stressanti. Inoltre, poiché spesso la violenza subita sul posto di lavoro diventa l’unico tema su cui verte la vita della persona provocando l’allontanamento da parte dei familiari, il rischio è anche di trovarsi in una situazione di “doppio mobbing”: ossia di perdere anche il sostegno della famiglia e delle persone care. La psicoterapia della persona che ha subito mobbing è una strategia di risoluzione di tutte queste problematiche (psicologiche, psicofisiche e relazionali) dal momento in cui rappresenta uno spazio in cui trovare condivisione e riconoscimento.

Il paziente può così trovare nuove modalità di percepire e affrontare gli eventi traumatici e gestire lo stress. Oltre a capire come cambiare le modalità esterne, il cambiamento può riguardare le modalità di reazione, agendo sulla sfera dei conflitti e sulle risposte emotive. Inoltre, si possono attivare risorse individuali e della famiglia, della coppia o delle relazioni interpersonali in modo da favorire una rete di supporto per la persona. Nella psicoterapia la persona trova solitamente il primo riconoscimento dell’ingiustizia subita e un sostegno alla sua autostima e identità e può essere aiutata a sviluppare una più alta stima di sé, una maggiore fiducia nelle proprie capacità e una valutazione più realistica di sé e degli altri; si possono trovare dei modi differenti e più funzionali di organizzare l’esperienza traumatica del mobbing, e sviluppare quell’insieme di capacità che ne vengono profondamente alterate e che sono alla base di una adeguata stima di sé (come auto-organizzazione, regolazione delle emozioni, assertività, competenza e riflessione su se stessi).
Questa maggiore conoscenza di sé e delle proprie reazioni emotive favorisce una più ampia percezione del fenomeno mobbing, che non è più visto come qualcosa che viene solo subìto ma che si può affrontare e contrastare.

di Ilaria Spoletini, Raffaele Pandolfo – psicoterapeuti

15 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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