01 • novembre • 2020

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Il palcoscenico di Milena Vukotic

 

Con il suo passo lieve da ballerina di danza classica Milena Vukotic ha attraversato il cinema italiano con oltre cento titoli all’attivo interpretando molteplici ruoli, sia drammatici che comici e leggeri, diretta dai più bravi registi italiani e stranieri tra i quali Dino Risi, Federico Fellini, Alberto Lattuada, Carlo Lizzani, Ettore Scola, Bernardo Bertolucci, Andrej Tarkovskij e Luis Buñuel. La commedia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta l’ha vista esprimersi in pellicole che hanno fatto epoca come i primi due capitoli della trilogia di Amici miei di Mario Monicelli: “Tognazzi era un uomo pieno d’ironia – racconta la Vukototic- e un carissimo compagno di lavoro. Una persona magnifica con la quale è stata una grande gioia lavorare”. Il viso paziente e dolce di Milena Vukotic ha prestato il volto a Pina, la moglie del ragionier Ugo Fantozzi interpretato da Paolo Villaggio nella serie dei film dedicati all’impiegato più tartassato e sfortunato dello Stivale, emblema dell’eterno perdente. “Ogni Fantozzi ha riservato delle sorprese – riprende la Vukotic – è un ricordo importante delle cose che ho fatto. Sono molto legata a Paolo Villaggio. Pina è una figura pallida che si limita a vivere nell’ombra del ragionier Ugo, entrambi sono delle maschere caricaturali e grottesche. Sicuramente ho imparato molto interpretandola, del resto sono molto affezionata a tutti i miei personaggi”. L’attrice ha inoltre lavorato in allestimenti teatrali di prestigio diretta da Franco Zeffirelli, Giorgio Strehler, Paolo Poli e Jean Cocteau solo per citarne alcuni. Da alcuni anni Milena Vukotic è una delle star della popolare fiction targata Rai 1 Un medico in famiglia, nelle vesti della sofisticata nonna Enrica, ruolo che l’attrice interpreta con bravura e divertimento. È quindi vasto e ricco di soddisfazioni personali il palcoscenico di Milena Vukotic interprete da sempre apprezzata che parla correttamente in inglese, francese, tedesco e serbo croato, recitando spesso all’estero in queste lingue. “La visione di un film bellissimo ha cambiato per sempre l’orizzonte della mia vita… ” dice riferendosi a La Strada di Fellini.

Signora Vukotic è vero che la Sua passione primaria non è stata la recitazione ma la danza?

Sì, ho cominciato con la danza da piccolissima sia per migliorare il mio fisico sia perché mi piaceva molto l’idea di ballare. Pian piano la danza è diventata una ragione di studio molto seria fino a diventare una professione. Ho cominciato a Londra, poi ho studiato cinque anni a Parigi presso il Conservatoire National de Musique, dove ho vinto il primo premio che equivale a una laurea. Questo premio mi ha consentito di andare all’Opéra di Parigi per un anno. Da lì poi ho deciso di lasciare il teatro dell’Opéra di Parigi per entrare nella compagnia internazionale del Grand Ballet du Marquis De Cuevas con la quale ho girato il mondo. La danza è stata la mia professione per qualche anno, anche se essendo figlia di musicisti avevo studiato pianoforte, perché desideravo diventare una pianista per ricalcare le orme di mia madre.

Che ricordi conserva del Suo debutto teatrale nella compagnia Morelli – Stoppa?

La compagnia Morelli – Stoppa è stato il primo grandissimo esempio di una vita vissuta in funzione del teatro. Paolo Stoppa e Rina Morelli ci offrivano un modello di persone assolutamente straordinarie e dedite al lavoro. Osservandoli ho compreso il significato basilare della frase “una vita per il teatro” perché Morelli – Stoppa erano sempre puntuali, mai stanchi di provare e molto generosi con noi giovani attori. Con la compagnia Morelli – Stoppa ho fatto due cose, la prima Così è se vi pare di Pirandello e Oh che bella guerra! dell’autrice inglese Joan Littlewood dove eravamo tutti vestiti uguali e c’erano delle canzoni che erano il simbolo della drammaticità della Grande Guerra.

che cosa rappresenta per Lei il teatro?

Per me il teatro rappresenta una forma vitale di espressione che ho cercato e sto cercando sempre di portare avanti.

Venga a prendere il caffè da noi (1970) di Alberto Lattuada si può ritenere un ironico e satirico spaccato sempre attuale della vita di provincia?

Certamente. Il film è tratto da un libro di Piero Chiara, La spartizione. Anche se alla fine del romanzo c’è scritto che “ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale” i personaggi sono veri, anche se sono stati un po’ alterati, esagerati dall’autore. Piero Chiara scelse Luino, dove era nato, per ambientare la storia di Emerenziano Paronzini e delle tre sorelle Tettamanzi, le quali pare che siano veramente esistite. Le sorelle erano caratterizzate ciascuna per una qualità che possedevano: capelli, gambe e le mani (Camilla il mio personaggio); attraverso queste doti seducevano il protagonista. Un film sempre attuale con personaggi veri, autentici anche se paradossali.

Nel film corale La terrazza (1980) di Ettore Scola, splendido ritratto della Roma radical-chic, quale ruolo interpretava?

Interpretavo Emanuela, la moglie dello sceneggiatore Enrico (Jean Louis Trintignant) che cercava di sostenerlo e di sostenere la sua presenza dentro una realtà fatta di persone non solo radical-chic. Secondo me ciascuno aveva una nevrosi che esprimeva in maniera diversa. Scola ha presentato questo ventaglio di personaggi (un cast eccezionale) in una terrazza di Roma frequentata da vecchi amici e colleghi intellettuali, i quali nelle sere estive confrontano le loro idee. La terrazza quindi rappresenta la difficoltà di vivere di questo gruppo, non solamente la loro parte esteriore, apparente. Quando si affrontano dei personaggi, si vive un piccolo settore della nostra esistenza con queste persone con le quali si dividono delle giornate di lavoro. In quel momento è tutto concentrato in quel mondo che ruota attorno a un set cinematografico. È un partecipare e un essere complici dentro la storia che in quel momento si racconta.

Un anno fa è scomparso Mario Monicelli. Che cosa è rimasto nel nostro cinema del suo insegnamento?

Credo che ogni grande regista naturalmente lasci un’impronta che appartiene alla propria cultura, alla sua personalità, alla sua visione poetica del mondo. È chiaro che Monicelli ha fatto dei film giganteschi e tutti quelli che vedono le sue pellicole possono avere un arricchimento da questa sua visione che spesso era accompagnata da un gran senso dell’umorismo. È ovvio che il cinema di Monicelli non fosse solo questo. Ora vi sono giovani registi che possiedono una grande sensibilità e che sono stati influenzati dalla cinematografia di Monicelli, ma il discorso è troppo ampio e bisognerebbe avere un’idea critica della loro cinematografia che io non ho assolutamente. Mi pongo semplicemente come attrice che ha avuto la fortuna di lavorare con Monicelli interpretando piccoli personaggi che ho cercato di interpretare al meglio.

Desidera lasciarci un ricordo personale di Federico Fellini e Giulietta Masina?

Ho avuto la possibilità e il privilegio di conoscere Fellini e Masina abbastanza perché ho girato tre film con Fellini. Ho avuto la loro amicizia filtrata da Giulietta, con la quale avevo fatto Giulietta degli spiriti. Mi è stata subito amica. Stranamente una volta o due mi avevano proposto di fare delle cose che avevano prima proposto a Giulietta e che lei per qualche ragione non voleva o non poteva fare. C’era tra noi anche una specie di legame in questo senso. A parte questo, ho sempre goduto dell’amicizia straordinaria, meravigliosa di tutti e due. Sono stata ospite a casa Fellini e anche loro sono stati ospiti da me. Racconto un aneddoto: Giulietta compiva gli anni lo stesso giorno della mia mamma, allora io facevo sempre una torta e gliela portavo. C’erano poi delle telefonate che elogiavano questa torta come se fosse chissà che, invece io non sono brava a cucinare. Federico e Giulietta erano delle persone adorabili. Quando vidi per la prima volta il film La strada decisi di fare il cinema e di conoscere Fellini. Avevo già studiato arte drammatica in Francia ma la mia professione era la danza. Decisi quindi di trasferirmi a Roma. Ho lasciato la danza e Parigi per venire a lavorare in Italia prima di tutto per conoscere Fellini sperando di poter lavorare con lui. La visione de La strada ha cambiato la mia esistenza se così si può dire. Sono arrivata a Roma, dove viveva mia madre, mi sono dedicata completamente al teatro, qualcuno mi ha presentato a Fellini, così pian piano sono entrata a far parte del mondo del cinema attraverso Fellini. Poi è arrivato tutto il resto. Per questo posso dire che Giulietta e Federico sono rimasti al centro della mia vita.

La miniserie Un medico in famiglia racconta la famiglia allargata attuale. Qual è il segreto del costante successo delle vicende di casa Martini?

La famiglia è il segreto… la gente ha bisogno di ritrovarsi in questa istituzione, in questo nucleo vitale di cui tutti noi abbiamo bisogno bene o male. È proprio il racconto di una famiglia il piccolo grande segreto del successo di questa nostra epopea arrivata alla settima serie.

Qual è l’argomento trattato nel testo teatrale Le donne di Picasso?

È un ritratto teatrale del pittore visto attraverso lo sguardo delle donne che lo hanno amato. Accanto a me appare Margot Sikabonyi che interpreta mia nipote Maria nella fiction Un medico in famiglia. Io rappresento la prima moglie Olga Kohlova ballerina russa della troupe di Sergej Diagilev. Olga e Picasso ebbero un figlio Pablito che il pittore ha molte volte ritratto con il cappello a punta. In questo lavoro interpreto anche l’ultima moglie di Picasso Jacqueline Roque che aveva trent’anni meno di lui e che alla fine si è suicidata. Margot rappresenta la diciassettenne Marie Therese Walter che ha amato l’artista, la quale s’impiccò dopo che Picasso l’aveva lasciata. Considerato che Olga invece aveva dei seri disturbi mentali, si può dire che Picasso era sì un grande e geniale artista ma umanamente era un uomo difficile e arido.

Ci svela i Suoi impegni professionali futuri?

A marzo inizieremo a girare l’ottava serie di Un medico in famiglia insieme a Nonno Libero, quindi le avventure della famiglia Martini proseguono. Riprendo anche Le fuggitive di Pierre Palmade e Christophe Duthuron, una commedia brillante con Valeria Valeri. Un testo di grande attualità, pieno di humour che finora non era mai stato rappresentato in Italia e che in Francia è stato uno degli spettacoli più visti.

di Alessandra Stoppini

14 Dicembre 2011  •   Davide   •   0
 
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