30 • ottobre • 2020

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Il Serraglio degli ebrei

Un trattamento iniquo, lesivo dei diritti e della libertà individuali, riservato, per ben tre secoli, ad una minoranza religiosa. Minoranza, per altro, già presente a Roma da duemila anni con un’attiva comunità ben connotata nelle peculiari tradizioni, commerci, professioni. Per lo Stato Pontificio fu una politica difensiva per l’avvento della Riforma protestante e, dunque, una misura da far rientrare nel calderone della Controriforma.

La comunità ebraica dei primordi del Ghetto contava circa duemila anime costrette ad un domicilio coatto all’interno di un’area trapezioidale di tre ettari scarsi. L’intera superficie era parte del Rione Sant’Angelo inserrata in un muro con pesanti portoni che si aprivano sui perimetri di piazza Giudia, Sant’Angelo in Pescheria e San Gregorio. Più tardi, alcune modifiche allargarono il territorio verso il Tevere ed altre porte interessarono anche Monte Cenci e Ponte Quattro Capi. Gli ebrei espulsi da altre città della penisola venivano convogliati nel Ghetto di Roma tanto che, i duemila originari, alla fine del ‘600 quintuplicarono.
L’aumento della popolazione coatta portò ad ulteriori disagi alle già precarie condizioni abitative. Per lo più monolocali fatiscenti affacciati su vicoli umidi e malsani. Un’edilizia tampone, approssimativa e disonesta, non fece che aumentare il degrado preesistente. Solo in piazza delle Scole si distingueva uno stabile ben tenuto adibito all’istruzione della Comunità. Era detto delle “Cinque Scole degli Ebrei” ed era deputato allo studio di cinque discipline: Scola del Tempio; Scola Nuova; Scola Castigliana; Scola Catalana; Scola Siciliana. Non è dato sapere se e quanti “residenti” abbiano frequentato e con quale profitto, una o più delle cinque Scole. All’interno del Ghetto, la vita dei pacifici e pazienti “reclusi”, veniva svolta autonomamente in rispetto del lavoro, delle tradizioni e della fede. Però questo serenamente attendere alle proprie faccende veniva spesso violentemente aggredito dalle piene del Tevere i cui argini premevano a ridosso di una strada interna del Ghetto. Gli internati, giustamente, la chiamavano via della Fiumara.
Gli esiti erano devastanti poiché, oltre ad allagare le misere abitazioni, scatenava frequenti epidemie generate da moltitudini di ratti che il fiume trasportava insieme all’acqua. E quando le acque defluivano rimaneva, insieme ai topi, una palude di fango. Un’autorevole testimonianza di Massimo d’Azeglio racconta: “le strade strette, immonde, la mancanza d’aria, il sudiciume che è conseguenza inevitabile della agglomerazione forzata di troppa popolazione, quasi tutta miserabile, rende quel soggiorno, triste, puzzolente e malsano”.

Quella misera, sparuta rappresentanza del Popolo Eletto doveva subire anche scherzi e sberleffi da vagabondi bontemponi cristiani. Ce lo narra Gigi Zanazzo, cantore massimo delle tradizioni romane dell’ottocento, nel colorito bozzetto “Li dispetti del Ghetto”: “anticamente ogni bburiana che succedeva dentro Roma, annava a ffinì cor dà er saccheggio a Ghetto. A ttempo mio, invece, tutt’er giorno nun se faceva antro che affaje un sacco di dispetti, poveri disgraziati, e de chiamalli somari. De Carnovale, poi, je mettevamo in caricatura le funzioni de li scoli. Esse rappresentaveno certe commediacce chiamate le Ggiudiate, indove li ggiudii ereno messi in ridicolo e sbeffeggiati”. Nel 1848 Pio IX dispose l’abbattimento dei portoni del Ghetto e i “residenti” furono affrancati dalla condizione coatta. L’apertura definitiva del “Serraglio degli Ebrei”, però, ci fu soltanto nel 1870. Vessati, maltrattati, ridotti in semischiavitù, erano finalmente liberi di vivere, romani tra i romani, a loro piacimento nella città che li aveva segregati per tre secoli.

di Giancarlo Menchinelli

15 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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