22 • ottobre • 2020

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Giovanni Ricciardi

 

Lo scrittore Marco Lodoli ha definito il poliziotto che vive nel quartiere di San Giovanni “Il Montalbano romano” non solo perché i due commissari risolvono i casi giudiziari attraverso il ragionamento e la sottile indagine psicologica dei personaggi coinvolti, ma soprattutto perché Ottavio e Salvo hanno uno stretto rapporto con la città nella quale vivono. Come Vigata con la sua luce è lo scenario ideale per le riflessioni dell’ormai maturo Montalbano, allo stesso modo Roma è lo specchio nel quale si riflettono la bonarietà e la simpatia di Ponzetti, marito innamorato e padre di due figlie. Molte sono le citazioni letterarie presenti nei romanzi di Ricciardi (il secondo Ci saranno altre voci è del 2009) che non possono essere definiti libri gialli perché tra le pagine l’autore fa chiaramente capire che per lui non è solo importante comprendere i retroscena del mistero dell’indagine in corso, quanto portare alla luce la vita delle persone ed essere partecipi dei loro drammi, delle loro gioie. Come puntualmente accade anche nel terzo romanzo di indagine di Ricciardi Il silenzio degli occhi recentemente pubblicato da Fazi, le varie location della nostra città quali il Campidoglio, il Gianicolo, le luci notturne di Santa Maria Maggiore fanno da sfondo al silenzio di un bambino di “3 o 4 anni” che forse si trova in pericolo. Tutto questo mentre la “nostra inconfessabile inquietudine” assomiglia alla “piena boriosa del Tevere” che incombe sulla città e sul disincanto dei suoi abitanti, cominciando dal Primo Cittadino Lupomanno.Tutto a Roma ha una forma visibile, e tutto ritorna, un giorno o l’altro”.

Giovanni, ci definisci Ottavio Ponzetti con tre aggettivi? In questo romanzo in particolare Ponzetti appare sicuramente inquieto, indeciso e istintivo perché tutto il libro è avvolto da questa atmosfera di inquietudine rappresentata metaforicamente dalla piena del Tevere. Quest’acqua che monta che vorrebbe rinnovare tutto nell’immaginazione che ne ha il commissario. Allo stesso tempo ci sono anche altre acque che si devono rompere quelle della figlia del commissario e della moglie dell’ispettore Iannotta. C’è l’inquietudine di qualcosa di oscuro, che sta per accadere. Ponzetti sente che sta per succedere qualcosa, poco prima di ritrovarsi questo misterioso bambino in macchina. Indeciso perché questa volta il commissario si trova di fronte a una situazione più grande di lui in cui comunque i mille rivoli di questa indagine vanno a confluire in un quadro piuttosto complicato. Ponzetti è come se si sentisse chiamato a determinare una situazione che poi in realtà non determina lui, il commissario in qualche modo la asseconda. Ci sono dei momenti nel libro in cui Ponzetti è costretto a decidere d’istinto perché non può controllare per intero la situazione.

Com’è nata l’idea del libro? È nata dalla lettura di un trafiletto de Il Messaggero credo del 2009 dove si parlava di un piccolo fatto di cronaca. In quell’estate era stato trovato un bambino sulla spiaggia, la polizia lo aveva trattenuto un paio di giorni perché il bambino parlava una lingua che nessuno capiva. Ho trasformato il personaggio nel libro in un bimbo che non parla e questo ha un valore che va al di là del semplice artificio tecnico, infatti rappresentata quel bambino che è dentro ciascuno di noi e che alle volte non trova più voce. C’è anche il tema dei sensi: il tatto, l’udito, la vista… Il titolo originale che avevo dato al libro era La maschera neutra, un altro dei tormentoni di questo libro quello di un esercizio teatrale, ma forse era troppo vicino alle famose Maschere nude di Pirandello. Ci sono molti personaggi nel libro che indossano una maschera e alla fine della storia si rivelano diversi da quello che erano all’inizio. Oltre al tema dell’acqua e al rinnovarsi delle cose c’è quello di un’attesa di una nascita. Dicembre è il mese in cui viene Natale e, infatti, il libro si conclude la vigilia di Natale del 2008.

Per quale motivo hai scelto di ambientare Il silenzio degli occhi durante la piena del Tevere avvenuta nel dicembre del 2008? È stato un avvenimento che ho seguito con una certa curiosità e con una certa inquietudine come del resto tutti i romani. Gli altri due libri sono ambientati in una Roma più solare, più primaverile. I gatti lo sapranno è ambientato nell’aprile/maggio del 2005, perché coincide con la morte di Giovanni Paolo II e l’inizio del pontificato di Benedetto XVI. Ci saranno altre voci era sempre ambientato a maggio durante le elezioni politiche del 2008. Stavolta invece, data la storia che è più noir rispetto alle altre, volevo descrivere una Roma inconsueta, piovosa dove protagonista è l’acqua. Il bambino viene trovato, infatti, vicino al Tevere ma questa non è un’immagine che ho inventato io ma che fa parte della storia più antica della nostra città.

Quando hai iniziato a scrivere I gatti lo sapranno avevi già deciso che il Commissario Ponzetti sarebbe diventato un personaggio seriale? No quando ho iniziato a scrivere il mio primo libro non avevo deciso assolutamente nulla, non avevo nessuna certezza che qualche editore l’avrebbe notato e pubblicato, quindi in sostanza non ho programmato molto. La possibilità che questo personaggio divenisse un personaggio seriale è stata dovuta dalla benevolenza del mio editore che ha intuito le positività di Ponzetti e mi ha invitato a scrivere un seguito. Ho pensato di costruire questa serie cambiando ogni volta l’architettura del paesaggio. Mentre il primo libro era stato ambientato nel quartiere Monti e all’Esquilino, il secondo era ambientato ai Parioli. Con Il silenzio degli occhi ho fatto una scelta diversa: non c’è una zona specifica della nostra città ma i luoghi sono più o meno tutti riscontrabili in una mappa di Roma lungo il Tevere o in prossimità del Tevere. E’ il libro del fiume.

Le frequenti citazioni letterarie affascinano e catturano il lettore. È anche questo il segreto del successo di pubblico e di critica di questo sbirro vecchia maniera? Ho un po’ l’abitudine a inserire qualche citazione letteraria di poeti o romanzieri del passato nei miei libri. Non so se questo poi possa decretare il successo del libro però credo che i miei romanzi abbiano in fondo un impianto abbastanza classico. Questo potrebbe essere un elemento di successo, sarà il pubblico a decidere… Ponzetti è uno sbirro vecchia maniera, perché invece che seguire le nuove tecnologie cerca sempre di seguire il suo fiuto, la sua intelligenza, anche attraverso la sua capacità di osservazione della realtà.

 

Per rendere al meglio l’atmosfera romana è efficace l’uso del dialetto rappresentato dall’ispettore Mario Iannotta. Desideri descriverci brevemente questo personaggio? Mario Iannotta l’ho immaginato come un personaggio non tanto ispirato al Catarella di Montalbano, perché Iannotta non solo contribuisce al successo delle indagini ma è un personaggio che ha dalla sua un modo di approcciare le cose che è fatto molto di cuore e poco di testa. L’ispettore inoltre riconosce la superiorità intellettuale del suo capo e quindi si dimostra un fedele esecutore degli ordini del commissario. Però nello stesso tempo, soprattutto in determinate svolte delle indagini di Ponzetti, Iannotta finisce per essere decisivo proprio perché aggiunge quel guardare direttamente le cose, che a volte il commissario non ha. Ponzetti ha questo limite cioè quello di avere un velo davanti agli occhi, velo squarciato da Iannotta grazie alla sua verve e naturalezza. A volte il commissario è quasi invidioso dell’ispettore, vorrebbe essere come lui ma non ne ha il carattere così i due uomini si integrano alla perfezione. Mentre Ponzetti appare melanconico, eccessivamente cerebrale, Iannotta invece è un personaggio diretto, pragmatico ma anche capace di gesti e comportamenti fatti di grande tenerezza. Ha una maniera molto spiccia di guardare le cose senza essere cinico. Sia Ponzetti sia Iannotta si immedesimano nelle situazioni delle persone, di capirle dal di dentro.

Leggendo i tuoi libri si ha l’impressione di seguire un’affascinante mappatura di Roma. È un percorso letterario voluto? Sicuramente. Roma ha tanti luoghi, tanti spunti, tanta memoria da poter offrire che sarebbe un peccato ambientare una storia a Roma e non usarla come serbatoio di ispirazione. Ho inserito nel libro anche alcuni riferimenti storici, per esempio questo bambino che compare misteriosamente vicino al fiume e viene immediatamente soprannominato Romoletto da Iannotta. Mi sono rifatto anche a quella commedia popolare che è stata una caratteristica della nostra città. Penso a certe commedie del Sistina, un certo rugantinismo di Roma. E’ anche una Roma molto contemporanea in cui giocano tanti ruoli per esempio gli stranieri, gli immigrati. Un mondo che ha luci e ombre.

di Alessandra Stoppini

14 Dicembre 2011  •   Davide   •   0
 
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