26 • ottobre • 2020

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Il sorriso di Elena Sofia

 

Elena Sofia Ricci è nata a Firenze e della sua terra originaria conserva un accattivante accento toscano che le fornisce una marcia in più. Alternandosi con garbo tra cinema, teatro e televisione di qualità, l’attrice ha saputo costruirsi con intelligenza e lungimiranza una bella carriera diretta da registi come Pupi Avati, Carlo Verdone, Luigi Magni, Giovanni Veronesi, Luciano Odorisio, Carlo Vanzina, Fausto Brizzi e Ferzan Ozpetek. Non solo commedie brillanti ma anche ruoli drammatici, figure di donne forti, determinate e coraggiose come quella di Francesca Morvillo, moglie del giudice Giovanni Falcone, nella fiction Giovanni Falcone, l’uomo che sfidò Cosa Nostra “grande emozione ma anche molto senso di responsabilità”.  Indimenticabile nella parte di Serena, pignola moglie di Carlo Verdone in Io e mia sorella che saprà vendicarsi con stile alla fine del film. “Mi sono molto divertita, è un film al quale sono legatissima. Ho un affetto particolare per Carlo di cui ho amato il suo ultimo libro. Ho riso e pianto leggendolo. Gli sono grata anche per questo”(1). Perfetta nobildonna d’inizio Novecento nella serie televisiva Orgoglio. Donna moderna nel film Genitori & figli – Istruzioni per l’uso. Moglie e madre in difficoltà ne Il pranzo della domenica, manifesto delle tragicomiche familiari. Superba svampita nella pellicola Mine vaganti film che le è valso il Nastro d’Argento per la Migliore Attrice Non Protagonista e il Ciak d’oro. Su tutti questi volti di donna a volte fragili, spesso ironici, sempre innamorati e volitivi, Elena Sofia Ricci ha saputo dare la sua personale impronta, la sua spontaneità senza filtri e il suo incantevole sorriso, riscuotendo dal pubblico fin da subito stima e affetto.

Dando una veloce scorsa alle sue belle e impegnative interpretazioni c’è un film, un personaggio o un regista al quale si sente più legata? Non c’è un personaggio particolare perché in tutti i miei ruoli metto tutta me stessa. Ho grande amore e grande stima nei confronti di tutti i registi che mi hanno diretta. Se proprio devo trovare un personaggio che mi è rimasto nel cuore e che mi porto dietro da dodici anni, forse è quello dell’Ignota di Luigi Pirandello della commedia Come tu mi vuoi. Un personaggio nel quale ho messo non solo tanto amore, ma tanta energia, tanta fatica. Credo sia stata la parte più impegnativa di tutta la mia carriera.

Cinema, teatro, televisione, a quali di questi generi di spettacolo si sente più legata e perché? Mi sento legata ai personaggi che interpreto, quindi cinema, teatro, televisione non fa per me tanta differenza. Chiaramente l’esperienza teatrale ti dà la soddisfazione dell’impatto immediato con il pubblico.

Quali sono state le ragioni del grande successo della fiction targata Rai 1 Che Dio ci aiuti, nella quale ha interpretato la simpatica Suor Angela che si diletta nel risolvere casi polizieschi? Tra poco andrò sul set a interpretare Suor Angela qui a Modena dove sto girando la seconda serie… un successo incredibile, inaspettato a questi livelli. Nella seconda serie non ci sarà più l’indagine poliziesca ma verranno sviluppati temi sociali legati a svariate difficoltà umane, perché ci siamo accorti che nella seconda parte della prima serie i telespettatori si appassionavano di più quando trattavamo casi sociali, piuttosto che l’indagine vera e propria. Penso che il successo legato a Che Dio ci aiuti ci riporti a quel bisogno che c’è forte ed evidente, dopo anni di grande materialismo, di recuperare una spiritualità che abbiamo perso e di cui sentiamo il bisogno. Corriamo troppo dietro alle cose superflue, superficiali e non ci occupiamo molto né del nostro modo di vivere né tanto meno della nostra anima. Ho incontrato suore di clausura, attive o semi contemplative moderne e progressiste, molto più avanti di noi laici, quindi ho voluto eliminare nel personaggio di Suor Angela qualsiasi forma di bigottismo. Forse uno dei motivi del grande successo della serie è proprio dovuto a questo.



Su Canale 5 sta andando in onda la quinta serie de I Cesaroni, una delle edizioni più attese per il ritorno di Lucia, da Lei interpretata, uno dei personaggi più amati dai telespettatori. Il quartiere romano della Garbatella si può paragonare al palcoscenico di Rugantino, la celebre commedia musicale di Garinei & Giovannini? Forse una volta, ora il quartiere è pieno di gente che lavora e quando noi arriviamo ingombriamo le vie, le piazze… siamo rumorosi e anche un po’ invadenti. Però lo spirito romano è lo stesso del palcoscenico di Rugantino e aggiungo che è contagioso. Nella prima serie de I Cesaroni i telespettatori erano prevalentemente quelli del centro e del Sud d’Italia.  Vuole sapere dove abbiamo fatto gli ascolti più alti? In Calabria, ancora più alti che nel Lazio! Poi, man mano che le serie si succedevano, lo spirito romano ha contagiato tutta l’Italia. Quando abbiamo fatto la conferenza stampa qualche giorno prima della messa in onda della quinta serie della fiction, era impressionante vedere quanta gente ci avesse accolto da Roma a Milano. Siamo saliti sul Frecciarossa a Roma e siamo arrivati a Milano grazie anche all’aiuto di Trenitalia. Centinaia e centinaia di ragazzi impazziti per I Cesaroni. Questa generosità tipica dei romani, questo essere anche un po’ magari pressapochisti, questo non stupirsi più di niente e di nessuno evidentemente fa tanta simpatia. È quella Mamma Roma pasoliniana di Anna Magnani, quella Roma che abbraccia tutti, che non fa distinzione. Roma è molto democratica come città, non si dà arie di superiorità. Questo chiaramente ha colpito tutti, anche i ragazzi di Milano. Quando si lavora in televisione e per il cinema non si ha la percezione di quanto pubblico ci sia dietro lo schermo. Una risposta da parte del pubblico che è per noi tutti del cast della fiction, motivo di grande soddisfazione. Durante la conferenza stampa mi ponevo spesso questa domanda: Ce lo siamo davvero meritato tutto questo amore, tutto questo affetto?

A quale lato della Sua personalità ha attinto per interpretare il ruolo di zia Luciana nel film corale Mine vaganti di Ferzan Özpetek? Non so quanto ci sia della mia personalità in quella vena di follia che esprimo attraverso le scelte professionali che faccio. Dico sempre che nella mia vita privata sono una donna noiosissima, molto seria, fedele e per niente trasgressiva. Divento molto trasgressiva nel lavoro, mi butto da un personaggio a un altro, nel cinema, teatro e televisione. Mi piace rivoluzionare e cambiare. In questo sono un po’ folle come zia Luciana e poi sono cecata come lei. Quella parte della miopia di zia Luciana così accentuata è proprio mia. Quando Ferzan mi ha visto cambiare gli occhiali, perché non ci vedo un accidente è impazzito dal ridere. Nella seconda stesura della sceneggiatura del film zia Luciana era diventata miope…

In una recente intervista Carlo Verdone tra le altre cose ha detto che “siamo tutti responsabili se la commedia non tira più. Il cinema non è più lo stesso, ma questa è un’evidente banalità. Si parla molto di risorse tecnologiche, importantissime ma non tutto. Il punto è la creatività, sono i soggetti, le idee”. Concorda con l’opinione del regista/attore? Sì, concordo. Noi adesso abbiamo un parco di attori eccellenti, registi capaci dal punto di vista tecnico. Dove siamo più deboli è proprio nella scrittura, nelle idee che non hanno un grandissimo respiro. In Europa ci definiscono provinciali… invece di arrabbiarsi per le critiche io credo che sia meglio interrogarsi, perché questo modo di arrabbiarsi rischia di essere davvero terribilmente provinciale anche quando non lo siamo. Siamo sempre stati esterofili e ora ci offendiamo se qualcuno ci dice che non sappiamo raccontare una storia che vada al di là del proprio condominio. Pensiamo alle recenti polemiche che hanno fatto seguito alla fine della 69esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Che cosa si sente di dire alle maestranze di Cinecittà che in questo periodo sono in sciopero contro la decisione di trasformare gli storici studios in un resort con parcheggi? Ho contribuito, collaborato e sottoscritto la manifestazione. Siamo stati in tanti ad aver dato una mano, abbiamo contribuito dal punto di vista economico, dal punto di vista dell’impegno, penso alla raccolta delle firme. Ho passato la mia vita a Cinecittà, ci andavo da quando avevo sette anni insieme a mia madre, una grande scenografa. Ricordo che mi portava da Sanchini, ora non c’è più, che è stato un rinomato tappezziere scenico di Cinecittà. Mi perdevo fra le stoffe, le statue e il materiale scenografico degli studios. Pensare che tutto questo diventi un mega centro commerciale è qualcosa che non riesco a tollerare. L’Italia è certamente il Paese più ricco del mondo dal punto di vista culturale e artistico ma purtroppo non sappiamo valorizzare tutto ciò che abbiamo.

C’è un regista italiano o straniero con il quale vorrebbe lavorare in futuro e c’è già qualcosa di prossima programmazione o in corso di lavorazione? Sono tanti i registi con i quali vorrei lavorare in Italia e all’estero. Mi piacerebbe per esempio tornare ad essere diretta da Ozpetek. Mi piacciono i registi Paolo Sorrentino e Giuseppe Tornatore. Per quanto riguarda i registi stranieri scelgo Steven Spielberg. Ah se mi capitasse! A mio avviso Spielberg è il più grande cineasta insieme a Orson Welles, Stanley Kubrick ed Alfred Hitchcock. Spielberg è visionario e nella sua produzione ha attraversato tutti i generi. Ha diretto i film della mia vita: E. T., Schindler List. Ho svariati progetti di lavoro ma non sveliamo nulla, resto zitta e muta…

(1) Carlo Verdone La casa sopra i portici (Bompiani 2012)

di Alessandra Stoppini


29 Ottobre 2012  •   Davide   •   0
 
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