23 • ottobre • 2020

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Il sostegno psicologico nelle malattie fisiche invalidanti

 

 

L’inizio di un percorso di cura stabile e continuativo nel tempo, come una chemioterapia o la dialisi, modifica le abitudini personali e familiari ed è fonte di numerosi stress. Tra questi, le difficoltà fisiche correlate al trattamento, il disagio causato dalle restrizioni alimentari e l’impatto sulla vita sociale e sessuale, tutti fattori che condizionano la persona a livello sociale, familiare e lavorativo.

Le principali cause di disagio psicologico nei pazienti con malattie croniche sono: il senso di perdita della funzionalità del proprio corpo, la dipendenza dalla terapia, dagli operatori medici e dai familiari, il senso di rabbia e frustrazione, la paura e l’angoscia legata alla perdita di controllo sulla propria vita. Il disagio psicologico spesso implica problemi nel mantenere una adeguata collaborazione al trattamento (ad esempio, attenersi alle indicazioni mediche) e nell’adattarsi alla nuova situazione conservando un accettabile livello di qualità di vita.

Inoltre, come conseguenza dei disturbi fisici e dello stress legato alle cure, si può sviluppare una condizione psicologica detta alessitimia, cioè l’incapacità di esprimere le proprie emozioni, fino a portare la persona a focalizzarsi sui sintomi fisici e persino a somatizzare. Il corpo diventa così l’unica via per manifestare i vissuti emotivi, le preoccupazioni e il disagio.

Attraverso un percorso di sostegno psicologico il paziente può, al contrario, imparare ad esprimere il proprio disagio con modalità più funzionali, ridurre la sintomatologia-ansioso depressiva, fronteggiare i cambiamenti del corpo, dell’identità, le eventuali difficoltà relazionali e sessuali e sentire di avere un ruolo più attivo migliorando la qualità di vita.

La qualità di vita dipende, infatti, dalle capacità di reagire a situazioni stressanti (coping), di poter modulare il disagio, l’ansia, sviluppando un senso di padronanza (self-efficacy). Al contrario, la qualità della vita è gravemente inficiata dai sintomi depressivi, dall’ansia, dal senso di dipendenza e di scarso controllo su di sé. Studi dimostrano che la psicoterapia, migliorando la capacità di reagire a situazioni stressanti, la qualità delle relazioni affettive, la qualità dell’adattamento alla malattia, incide sulla sopravvivenza dei pazienti con malattie mediche maggiori. Si migliora, infatti, l’attitudine e l’aderenza alle prescrizioni terapeutiche e si promuove una migliore relazione con lo staff medico. Un altro vantaggio, da non trascurare, è l’alleggerimento del carico emotivo dei familiari e dei partner, che diventano così una delle risorse a disposizione del paziente, ma non l’unica, per il suo sostegno emotivo.

Bisogna considerare, infatti, che anche i familiari risentono del disagio psicologico del paziente e devono adattarsi alle mutate condizioni di vita e ai ritmi imposti dalla malattia e dal trattamento. Quindi, sul piano emotivo e relazionale, sia i pazienti che i familiari o il/la partner sperimentano forti disagi dovuti alla necessità di cambiare in maniera drastica lo stile di vita. L’obiettivo, per tutti, è l’adattamento alla nuova realtà, stabilendo una condizione di equilibrio ed riduzione del conflitto.


Una terapia psicologica, dunque, può aiutare significativamente il paziente e/o i familiari a contenere l’ansia, ad esprimere e modulare i sentimenti di rabbia e frustrazione, a modificare la percezione di sé e della malattia. Permette, in particolare, la creazione di nuove modalità di organizzare l’esperienza della malattia per un funzionale adattamento alle nuove condizioni della vita.

 

Ilaria Spoletini – Raffaele Pandolfo

21 Giugno 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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