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Il Tintoretto di Melania Mazzucco

 

La scrittrice che da dieci anni studia con passione la personalità del maestro veneziano, ha dedicato a Tintoretto due volumi: La lunga attesa dell’angelo (Rizzoli 2012) e Jacomo Tintoretto & i suoi figli. Biografia di una famiglia veneziana (Rizzoli, 2009). “Scrivere i testi dei pannelli è stato un lavoro impegnativo, perché ho scritto sul Tintoretto talmente tante pagine e mi sembra di sapere così tante cose che non era semplice in poco spazio condensare tutto! Chi va a una mostra vuole vedere i quadri, però a volte non sa alcune cose e vorrebbe che qualcuno gliele spiegasse senza fare una lezione di storia dell’arte anche perché non ci sarebbe abbastanza tempo.

Dire quindi più cose in poche parole e in meno tempo, con il maggior rispetto possibile per il pittore cercando di dire quello che tutti spesso mi chiedono quando leggono un mio libro: perché Tintoretto ha dipinto questo quadro? Dove era esposto? Stava in un palazzo principesco o in una chiesa dove tutti potevano entrare? In quale fase della sua vita Tintoretto l’ha dipinto? Per esempio sapere che l’olio su tela Deposizione nel sepolcro (1592 – 1594), ultimo quadro di Tintoretto presente in questa mostra, il pittore lo dipinge cinque mesi prima di morire e quindi sarà l’ultima cosa che farà in questa terra e l’artista di ciò è consapevole. È un dipinto nel quale l’anziano maestro riflette sulla sua morte, su quella di Cristo e su quella degli uomini.

È interessante viceversa appena si entra nelle sale espositive vedere Il miracolo dello schiavo (1548), primo grande quadro nel quale tutta Venezia si accorge finalmente di Tintoretto, da allora in poi non sarà più ignoto. Un quadro che è una bomba, una provocazione, un fuoco artificiale di un giovane pittore di neanche ventinove anni che ha una voglia incredibile di affermarsi, di dire che è in grado di fare qualsiasi cosa, di farla grande, di farla bella, e lo fa. Ecco, ho cercato di raccontare un po’ questo, cioè fare una visita guidata tra virgolette, un po’ sui generis, perché io non sono una guida turistica e nemmeno una storica dell’arte, sono solo una scrittrice che con Tintoretto ha una lunga consuetudine… ho vissuto per lungo tempo nel suo mondo, fra le sue carte e fra i suoi dipinti. Mi piace molto ora condividere tutto ciò e una mostra ti dà la possibilità soprattutto nei confronti di chi non legge. Mi piace raccontare Tintoretto al neofita, al profano che osserva le opere del pittore con uno sguardo innocente, come accadde a me tanti anni fa quando vidi per la prima volta un suo quadro.

Quando avevo vent’anni, non conoscevo molto su Tintoretto eppure quando vidi La presentazione di Maria al Tempio nella chiesa veneziana della Madonna dell’Orto, mi colpì e mi emozionò moltissimo. Da allora mi sono occupata dell’artista, ho voluto conoscerlo a fondo, ho desiderato conoscere la sua Venezia. Ecco, quello che è successo a me potrebbe capitare anche a un visitatore di questa mostra alle Scuderie del Quirinale, semmai vedendo L’Ultima Cena dove gli apostoli hanno i piedi sporchi. Una cosa immediata, che colpisce e che potrebbe indurre il visitatore a voler approfondire la conoscenza con Tintoretto”. I dipinti del maestro veneziano hanno un effetto teatrale, scenografico. “Sicuramente Tintoretto aveva un forte senso teatrale – prosegue la scrittrice – anche perché probabilmente lui stesso metteva in scena queste sacre rappresentazioni, questo è vero soprattutto per i quadri religiosi. Bisogna pensare che nella Venezia del Cinquecento si metteva in scena la Bibbia, le Scuole Grandi (confraternite laiche che riunivano i borghesi più in vista) per esempio rappresentavano scene bibliche, sfilate che andavano per la città. Nei palchi c’erano i personaggi in costume illuminati con le fiaccole, quindi sì, Venezia e Tintoretto avevano negli occhi il teatro. Lui amava dipingere a grandezza naturale, come se fosse dal vero”.

Infine domandiamo alla scrittrice di ricordarci la figura della figlia di Tintoretto, Marietta, protagonista del romanzo storico La lunga attesa dell’angelo. “Marietta era conosciuta solo dai contemporanei del pittore, c’è stato un mito su di lei nel Seicento/Ottocento, poi, però la sua figura è svanita come tante artiste donne la cui memoria si è persa e di cui oggi sopravvive solo il nome o qualche antica biografia. Mi ha affascinato scrivere il rapporto tra padre e figlia, il rapporto fra creatore e creatura, fra artista/maestro e allieva. Un rapporto molto complesso quello che s’instaurava all’epoca tra capo maestro e collaborante di bottega. Tutti coloro che lavoravano nella bottega di un maestro erano obbligati a dipingere nella sua maniera, quindi a diventare lui. Era una professione, però era come annientare la propria personalità nei confronti del genio sapendo di non poterlo diventare mai. Questo mi ha molto affascinato. È stato interessante ricostruire la storia vera di Marietta, del suo matrimonio, dei suoi discendenti”.


di Alessandra Stoppini

21 Giugno 2012  •   Davide   •   0
 
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