29 • ottobre • 2020

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Intervista a Giancarlo Luzi. Fogli di vita etrusca

 

La quercia del consiglio di Giancarlo Luzi (Davide Ghaleb Editore 2011) è quella grande pianta che svetta solitaria sui colli che si vedono percorrendo l’Aurelia bis da Vetralla verso Tarquinia “dopo aver superato il ponte sul Biedano, nel tratto prima di Monte Romano”. Da questa quercia che “nessuno nota” ma che “d’estate spicca con la sua piccola chioma verde scuro nel panorama arido e ingiallito delle stoppie bruciate dal sole”, partono i quarantaquattro racconti redatti dall’autore come “ricordi che si posano nell’animo fin dall’infanzia più remota” e che “si arricchiscono nel tempo distillati dalla vita”. Come recita il sottotitolo del volume Due secoli di storia attraverso le vicende della famiglia Luzi, il libro è la rappresentazione delle vicende umane dei familiari più importanti dell’avvocato/scrittore, ambientata nell’“Etruria antica e forte” piccolo mondo antico il cui cuore è Cura di Vetralla. “Ho cercato di rappresentare il vero” dichiara nella prefazione Giancarlo Luzi, quel vero composto di una miriade di personaggi, fatti e ricordi che anelavano di essere ricomposti, perché “il vento furioso della vita” li aveva strappati dalla rilegatura, quello stesso vento di tramontana che d’inverno soffia attorno alla quercia del consiglio. In “questa terra per uomini forti” il capostipite Settimio era giunto proveniente da San Severino Marche verso il 1760. Appartenente alla “numerosa e agiata famiglia Luzi ancora oggi esistente a San Severino”, Settimio si era stabilito a Cura “allora borgo modestissimo intorno alla chiesa” acquistando vari terreni. I suoi discendenti sarebbero diventati stimati possidenti agrari della Tuscia grazie a un’accorta politica di acquisizione di fondi, poderi e terreni. Il simbolo della famiglia sarebbe diventato Palazzo Luzi edificato dal nipote di Settimio, Angelo, nel 1914 dopo aver fatto demolire la precedente costruzione voluta da Settimio. Nel testo lungo poco più di 500 pagine viene descritto il mondo arcaico, contadino, fatto “di valori perenni” che l’autore paragona alle scene agresti ritratte da Enrico Coleman il caposcuola del naturalismo della pittura romana della seconda metà dell’Ottocento.

Mentre scorrono le stagioni, sfilano pagina dopo pagina indimenticabili figure di uomini e donne come Melchiade Antonio Petratti, “primo medico condotto di Cura”, scienziato filantropo e storico che spese la sua intera vita al servizio degli altri, la cremonese Elena Quaini protagonista insieme al suo futuro marito il Tenente dei Reali Carabinieri Antonio Scarso di “un amore travolgente”. I coniugi sono i nonni materni dello scrittore che si possono vedere nella bella galleria di foto color seppia, ingiallite dal tempo posta all’inizio del libro. La tragica e ingiusta vicenda di Giuseppe Scarso “il ragazzo del Piave”, l’amaro American Dream di Mario Castagnola, zio dello scrittore, e il realizzato sogno africano del geometra forlivese Vitaliano Vitali sposato con zia Laura, sorella della madre di Giancarlo Luzi. Commuove il toccante ricordo della cuginetta Graziella “che aveva la freschezza, l’allegria e la purezza di un angelo con la forma di una bambina e che il destino volle che tale restasse per sempre”. Colpisce inoltre una spettacolare cartolina del lago di Vico “occhio azzurro incastonato nel verde dei boschi della Selva Cimina”, proveniente da una “bellissima giornata d’estate sul finire degli anni ’20” nel divertente Frati al bagno.

Quarantaquattro racconti scritti con raro sentimento uniti tra loro dal filo della memoria, una lettura che non stanca e coinvolge il lettore che si sente partecipe degli accadimenti narrati, perché la storia della famiglia Luzi è la storia d’Italia. “Affido dunque tutto ai miei lettori chiedendo solo loro di amare i miei ricordi così come io li amo”.

Avvocato Luzi, nel libro Lei scrive che la quercia inserita nel titolo del volume è “il simbolo vivente di un mondo oggi scomparso”. Desidera chiarire il Suo pensiero? Premetto che il libro è un insieme di ricordi, di nostalgia che si volge verso il passato, su questo non c’è dubbio… nel volume evoco un passato che non c’è più, salvo la quercia del consiglio che è una quercia vera, effettiva che sta in una certa proprietà agraria un tempo appartenente alla mia famiglia. La pianta è legata indissolubilmente al ricordo di mio padre, al ricordo di tutto un mondo che oggi è scomparso insieme a quell’agricoltura arcaica. Oggi l’agricoltura è moderna, fatta di macchine in cui la componente umana è modestissima mentre prima non era così, era basata sulla fatica umana dalla mietitura alla falciatura del fieno, alla raccoglitura delle balle, a quella dei sacchi del grano, al governo del bestiame, alla pastorizia ecc… La quercia che ancora vive è immersa in un contesto che ricorda quel mondo scomparso.

Che cosa rappresentava per Suo padre la quercia la cui foto da Lei scattata appare sulla copertina del libro? Mio padre la chiamava la quercia del consiglio ma io a lui non ho mai chiesto cosa intendesse per questo nome, però poi con il tempo una risposta me la sono data. C’è un motivo preciso ed è questo: questa quercia è in una posizione straordinaria. L’albero si trova su di un colle dal quale si domina gran parte dell’Etruria. Da lì si vedono l’Amiata sullo sfondo, l’altura con Montefiascone, le groppe della Palanzana, il monte Cimino, il monte Fogliano. Ruotando verso mezzogiorno le colline che nascondono Blera, il colle della Rotonda che si trova sopra Monte romano. C’è uno spazio infinito, immenso. Ho ritenuto che lì sotto quelle fronde che ancora oggi fanno ombra d’estate, mio padre sostasse per decidere cosa fare, le varie scelte che bisognava fare con riferimento alle coltivazioni agricole, alle scelte della vita. Lì mio padre rifletteva chiedendo consiglio a chi? Evidentemente a se stesso forse ispirato da quel panorama struggente modellato da milioni di anni che è quello dell’antica Etruria forte, colta e civile.

“Un mondo intero era cambiato durante la sua vita”. Efficace è l’esistenza di Giuseppe Luzi che nasce suddito pontificio di Pio VII e muore sotto il Regno d’Italia di Umberto I. Ce ne vuole parlare? Capita a tanti di nascere in un certo mondo e morire poi in un altro… Il mio trisavolo era nato nel 1815, l’anno del Congresso di Vienna, epoca nella quale Pio VII ritorna a Roma e riprende il possesso dello Stato Temporale della Chiesa dopo il dominio napoleonico. Giuseppe nasce nello Stato Pontificio che aveva Roma come capitale, uno stato molto esteso perché comprendeva quasi tutta l’Italia centrale, meno la Toscana. Il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrano a Porta Pia e pongono fine al millenario Stato della Chiesa. Da quel momento in poi lo Stato della Chiesa non c’è più e c’è il nuovo Regno d’Italia. Il mio trisavolo passò quindi dallo Stato della Chiesa al Regno dei Savoia attraverso traversie complesse di natura sociale, storica ed economica che lui visse in termini pratici mentre noi le abbiamo studiate nei libri di storia.

Ha dedicato il testo “ai passati, ai presenti e ai futuri”, ricordare è anche amare? Non c’è dubbio. Non si ricordano solo le cose che si amano, ma spesso anche quelle che ci hanno fatto del male. Per quanto riguarda il mio lavoro, il ricordo è tutto legato all’amore che ho per il passato. Diceva il poeta tedesco Heine «il passato è la patria dell’anima». Io guardo al passato con l’occhio nostalgico, romantico e appassionato di chi vede in quel passato valori e consuetudini che oggi non ci sono più. Questo non vuol dire che il passato sia migliore del presente, lo è per certi aspetti, non lo è per altri. Basta leggere il racconto che ho dedicato al mio trisavolo Dottor Petratti il quale nella Maremma della metà dell’Ottocento combatteva contro le malattie, contro la malaria, il colera. Ho dedicato il libro ai passati perché è il doveroso omaggio a chi ci ha preceduto e che, tutto sommato, grazie ai propri sacrifici ci ha dato la possibilità di vivere come oggi viviamo, ai presenti perché giustamente i presenti sono quelli che oggi vedono il presente e possono guardare anche al passato, ai futuri perché un domani ci sarà qualcuno che si domanderà “ma prima di me chi ha abitato questo mondo?”. Forse leggendo questo libro si renderà un po’ conto di quelli che sono passati su questa terra prima di lui.

Oltre a essersi affidato ai ricordi tramandati da generazione in generazione, quali documenti e volumi ha consultato per redigere La quercia del consiglio? Prevalentemente sono ricordi che erano solo nella mia mente, però poi ci sono anche i ricordi che mi sono stati tramandati da persone, miei parenti defunti che avevano una memoria fertile. Ricordo fra tutti l’avvocato Mario Castagnola al quale ho dedicato il racconto Un mazziere in San Pietro. Era un uomo coltissimo che ha studiato e scritto molto su temi che hanno come soggetto l’arte e l’archeologia della nostra terra. Per quanto riguarda l’aspetto documentale ho attinto a un ponderoso carteggio che mi fu passato da un mio caro cugino e che faceva capo allo zio medico Melchiade Antonio Petratti. Ho attinto anche da mio nonno Antonio Scarso, Tenente dei Reali Carabinieri, anche lui uomo colto che ha scritto largamente.

 

di Alessandra Stoppini

6 Febbraio 2012  •   Davide   •   0
 
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