25 • gennaio • 2021

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intervista a Monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas Diocesana

“Una campagna di solidarietà capillare che, grazie alla semplicità del messaggio, può raggiungere, sensibilizzare e coinvolgere molte persone. Con 10 euro possiamo offrire il pasto a qualcuno che è in difficoltà”. Sono le parole di Monsignor Enrico Feroci, alla guida della Caritas Romana dal 2009, che pongono l’attenzione sull’ultima campagna di solidarietà e raccolta fondi che la Caritas di Roma ha lanciato durante le passate festività natalizie e che si è sviluppata nei mesi seguenti. Oggi offro io è il nome della campagna che propone la sottoscrizione di un buono del valore di 10 euro attraverso il quale è possibile finanziare il pranzo e la cena per un giorno di una persona, sostenendo quindi l’attività delle case famiglia e delle mense sociali gestite dalla Caritas. Questo rappresenta insieme a molte altre iniziative l’impegno quotidiano della Caritas Italiana, organismo pastorale della Cei (Conferenza Episcopale Italiana), sempre rivolto verso gli ultimi e i bisognosi. L’organizzazione è nata nel 1971 per volere di Paolo VI sull’azione del rinnovamento avviato dal Concilio Vaticano. In tutto il territorio nazionale sono 220 le Caritas Diocesane impegnate in favore della comunità ecclesiale e civile.

La Caritas Diocesana di Roma è stata fondata nel 1979 da Don Luigi di Liegro che ne è stato Direttore dal 1980 fino alla sua morte avvenuta nel 1997. Una realtà difficile quella della metropoli romana divisa tra nuove povertà (migranti, disoccupati, separati, anziani e studenti senza il sostegno economico familiare) e vecchie (senza fissa dimora, immigrati privi di permesso di soggiorno o di residenza, alcolisti, tossicodipendenti). Un’emergenza sociale alla quale la Chiesa attraverso la Caritas Diocesana cerca di far fronte supportata dalla collaborazione e dallo straordinario lavoro dei volontari.

Quali sono le Vostre principali attività?

La Caritas Diocesana di Roma ha 39 centri. Quelle più visibili sono le 5 mense. In un anno noi distribuiamo circa 360mila pasti con una media di mille al giorno, in alcuni periodi di più, in alcuni periodi di meno. La realtà più visibile e storica sono le mense. Abbiamo i centri di accoglienza come l’Ostello di via Marsala oppure la Cittadella della Carità Santa Giacinta che si trova in via Casilina Vecchia 19. Qui ci sono la Chiesa e l’Emporio. L’Emporio della Carità è una specie di supermercato dove le famiglie o le persone che non hanno abbastanza per vivere possono andare, dopo essere passati per i Centri di Ascolto, a fare spesa di generi alimentari. A Santa Giacinta c’è la mensa, un dormitorio con ottanta posti letto. Stiamo mettendo in piedi il centro odontoiatrico con tre poltrone, ci sono le docce, c’è la Foresteria, il Centro di Formazione e gli uffici dell’amministrazione. Altre realtà come Case Famiglia per mamme con bambini oppure Case Famiglia per minori in difficoltà, soprattutto minori stranieri extracomunitari che si trovano sul territorio nazionale. La Questura o il Ministero degli Interni ce li mandano perché non sanno dove tenerli. Attraverso l’iniziativa Aiuto alla persona, le persone vengono seguite in casa da un equipe di volontari. C’è inoltre un gruppo di persone che porta i pasti a domicilio.

Possiamo considerare l’invito del Santo Padre espresso nel corso della preghiera del Te Deum dello scorso 31 dicembre 2010, quando ha ricordato la visita all’ostello Don Luigi di Liegro presso la Stazione Termini, come un’esortazione a valorizzare la Lectio Divina?

Sono due cose diverse. La Lectio Divina significa approfondimento della parola di Dio, però possiamo anche unirle. Ascoltare la parola di Dio o anche celebrare l’eucarestia senza tramutarlo in carità cioè in amore al servizio del prossimo diventa una realtà monca. Il Santo Padre ci ha esortato a fermarci a riflettere sulla parola di Dio, se lo fate bene ne scaturirà per ciascuno di voi un’attenzione per il prossimo, per coloro che hanno bisogno. Non si può essere credenti in Cristo o discepoli di Cristo senza fare quello che Lui ha fatto. Ha spezzato la propria vita, nell’immagine ha spezzato il pane e “anche voi dovete spezzare il pane per i vostri fratelli” ha esortato Benedetto XVI. Quindi spezzare la propria vita per gli altri. Il Papa ha ricordato la sua visita all’Ostello e l’ha messa vicino all’ascolto della Parola, perché non si può leggere il Vangelo senza avere una dimensione caritativa.

Come sensibilizzare le comunità parrocchiali e soprattutto i non credenti e quelle persone che hanno smarrito la fede, in una società sempre più materialistica come quella attuale?

Gandhi diceva che la più grande forma di violenza che esiste nel mondo è la deresponsabilizzazione. Un uomo che non si sente accanto agli altri uomini nel vivere civile è un uomo deresponsabilizzato.  Ai non credenti dico che non si può non rendersi conto che tutti quanti siamo come membri di un corpo. Quando il corpo funziona armonicamente si sta bene, quando in un corpo una cellula prende di più e quindi assorbe tutto, le altre parti stanno male. Questo diventa tumore. Bisogna avere la capacità di capire che si devono armonizzare le ricchezze affinché tutti ne possano avere a sufficienza per vivere.

È stato Parroco per cinque anni della comunità cattolica di Sant’Ippolito. Che ricordi conserva di quel periodo?

Il ricordo è quello della dimensione comunitaria, del crescere insieme nel vedere i problemi della società e del mondo, quindi anche i propri problemi. Io sono cresciuto con la comunità e la comunità è cresciuta con me. Si era venuta a creare una simbiosi, una sintonia tra me e la gente, quel cercare insieme il progetto di Dio su ciascuno di noi facendo un servizio agli altri. La comunità aveva una prospettiva e dei sogni, tanti realizzati come quello di costruire una casa di accoglienza per gli ultimi Domus caritatis, inaugurata quando io ero andato via.

 

Durante il convegno di presentazione del VII Rapporto dell’Osservatorio Romano sulle Migrazioni dello scorso dicembre, ha sostenuto che “il clima relazionale nella nostra città è cambiato, nel senso di una maggiore chiusura agli immigrati”. Desidera chiarire questa Sua affermazione?

Non vedo l’immigrazione come un’invasione o come una distruzione, la vedo come uno scambio simbiotico di ricchezza tra culture diverse e una necessità da parte nostra. I 4 milioni di immigrati che sono presenti nel nostro territorio rappresentano una necessità. Secondo i dati ISTAT lo scorso anno gli immigrati hanno pagato all’Inps 7 miliardi e 200 milioni di euro e 4 miliardi di tasse. Chi prende la pensione oggi forse non sa che arriva anche da questo denaro. È realmente vero nonostante molte reazioni di incredulità. Siamo stati un popolo di emigranti, abbiamo avuto bisogno di lasciare le nostre terre per andare a cercare lavoro. Se gli extracomunitari arrivano qui è perché abbiamo bisogno di loro e loro hanno anche bisogno di poter vivere e tante volte di sopravvivere. Noi che stiamo nei centri di ascolto e parliamo con gli immigrati che ci raccontano le loro storie, ci rendiamo conto della sofferenza, del ciò che hanno passato, del dolore del distacco. Un mese fa sono andato a trovare una signora di 96 anni che vive chiusa dentro casa insieme alla sua giovane badante rumena da quattro anni. Mi sono chiesto “Ma questo lavoro lo farebbe una giovane italiana? Seppellirsi in un appartamento insieme a una donna anziana per poter mandare a casa lo stipendio che percepisce nell’accudirla?” Sono sacrifici enormi. Molte volte non vediamo questi sacrifici perché siamo superficiali.

Don Luigi Di Liegro comprese per primo l’importanza di creare una rete per combattere l’emergenza sociale. Che cosa resta della sua eredità a più di dieci anni dalla sua scomparsa? Resta l’attenzione agli ultimi. Oggi non si può parlare degli ultimi senza pensare a quello che Don Luigi di Liegro ha detto, una frase che è rimasta memorabile: “Una città in cui un solo uomo soffre meno è una città migliore”. Questo slogan che ripetiamo sempre rappresenta il nucleo dell’eredità di Don Luigi.

Mons. Feroci quali sono i traguardi che l’organizzazione si prefigge di raggiungere?

Che la Caritas non esista più. Devono essere le Istituzioni che debbono prendersi in carico i propri cittadini. Un’istituzione, un governo, un’amministrazione che non sa rispondere ai bisogni di tutti i suoi cittadini è un’amministrazione fasulla. Noi come Caritas ci dobbiamo essere non perché dobbiamo vivere sui poveri ma perché facciamo quello che altri dovrebbero fare. Questo non vuol dire che la carità, l’amore nei confronti di chi ha bisogno venga meno. L’obiettivo della Caritas è che non diventi un’istituzione che rimanga per sempre perché ci sono le istituzioni pubbliche, il governo di questa città che deve farsene carico.

Alessandra Stoppini

24 Marzo 2011  •   Davide   •   0
 
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