01 • novembre • 2020

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Isole, mare e … vino

 

Ho preso spunto dalla lettura di un interessante libro uscito da poco, che fornisce anche una parte dei dati citati e dai miei innumerevoli viaggi in Isole che hanno saputo incantarmi come l’Arcipelago Toscano con Elba, il Giglio, Capraia o Ponza dell’Arcipelago Pontino, Capri, Ischia, Pantelleria, Favignana e Levanzo, le Eolie, ma anche Mozia, isoletta presso Marsala, o quelle della Laguna Veneta come Sant’ Erasmo o Mazzorbo. Il libro si chiama proprio “Il vino e il mare, Guida alla vite difficile delle piccole Isole”, editore Iacobelli, scritto da un profondo conoscitore di queste realtà, Andrea Gabbrielli. Consiglio questo libro dedicata agli eroici vignaioli, che continuano a coltivare la vite e a produrre vino, sia a chi vuole approfondire l’argomento da un punto di vista storico, tecnico o critico sia come guida dettagliata ed esauriente per chi visita le isole minori italiane.

Se l’Italia delle Isole copre un sesto dell’intera superficie del Paese, circa 50.000 km2 incluso la Sicilia e la Sardegna, le piccole isole occupano solo una superficie complessiva di poco inferiore ai 1000 km2. In media hanno una superficie tra i 10 km2 e 50 km2 con la maggiore, l’Elba con 223,5 km2 e una delle più piccole Ventotene di appena 1 km2.

Tra isole, isolotti, scogli, faraglioni in Italia si calcola più di 400, diverse l’una dall’altra, spesso d’origine vulcanica. Sbucano dallo specchio del Mar Adriatico, Ionio e Tirreno, brulli o con la loro macchia mediterranea di abbondanti siepi di fico d’India, pini marittimi, agavi, ginepri, rosmarino selvatico, carrubi, oleandri o con le loro piante caratteristiche. Il cappero affiora sulle rocce nere vulcaniche e sui muri delle Isole di Lipari e Salina, il lentisco ad Ustica. Troviamo una flora ricchissima, composta di centinaia di specie sull’isola di Levanzo o Salina che possono fiorire grazie alla scarsissima popolazione. Solo una parte delle isole, infatti, è abitata – non più di quindici delle ventidue isole situate intorno alla Sicilia. In totale i residenti nelle isole minori sono intorno ai 100.000, di cui 50.000 a Ischia e circa 20.000 ad Elba. Poi ci sono le isole della Laguna Veneta che mostrano uno scenario completamente diverso, antichi orti della Serenissima con le famose castrare, i carciofi tipici della Laguna e le sparesee, gli asparagi selvatici. – E’ quasi ovunque troviamo la vite. Sulle piccole isole c’è normalmente il vitigno tradizionale come l’Ansonica del Giglio, l’Aleatico dell’Elba, il Biancolella e il Piedirossa dell’Ischia, il Zibibbo di Pantelleria e la Malvasia delle Lipari, tesori vitivinicoli e patrimonio storico.

E’ proprio “l’Aleatico passito dell’Elba o l’Elba Aleatico passito” la prima Docg (Denominazione controllata e garantita) per un vino delle isole minori italiani, riconosciuta sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 08/06/2011. Il vino passito ottenuto dall’omonimo vitigno autoctono, prodotto oggi su una superficie di solo 40 ettari su un totale di 300 coltivati a vigna sull’isola, è famoso fin dall’antichità per la sua dolcezza e la sua corposità. Oltre a questo vino di colore rosso rubino carico con profumi intensi alla montuosa Isola d’Elba sono diffusi soprattutto i vitigni bianchi vermentino, trebbiano toscano o procanico, ansonica, moscato e il rosso sangiovese.

L’Isola di Sant’Antioco e di San Pietro insieme con alcuni isolotti fanno parte dell’Arcipelago del Sulcis o Suscitano in provincia di Carbonia-Iglesias, situata nel sud-ovest della Sardegna, alla quale Sant’Antioco è collegata con un ponte. Quest’ultima è dopo l’Elba con i suoi 108, 9 km2, la seconda delle isole minori per estensione. La particolarità dell’Isola di Sant’Antioco è che dall’antichità le viti di Carignano, vitigno rosso presente in tutte le zone vitivinicole del Mediterraneo occidentale, sono coltivate a piede franco. Ed è l’unico posto in Italia dove ne abbiamo la garanzia assoluta. I vigneti impiantati su dune fossili non sono mai stati attaccati dalla filossera che ha colpito la Sardegna alla fine del 1800. Significa che non sono innestate sul piede americano come gran parte delle viti, dopo la devastante invasione della fillossera in Europa. Il vantaggio del piede franco è la longevità dei vigneti, che arrivano ad un’età di 70, ma anche 150 anni, e vigne vecchie ben tenute regalano l’espressione migliore di un vitigno.

Nell’Arcipelogo Pontino della tradizione vitivinicola di una volta è stato perso quasi tutto. Così i vigneti a Ponza si limitano a minuscoli appezzamenti sparsi in varie località e i vignaioli isolani sono rimasti assai pochi. Anche a Capri che fa insieme ad Ischia e Procida parte del Arcipelago Campano, i vigneti sono ormai rari e la superficie arriva ad appena 15 ettari, la metà di quelli di circa dieci anni fa. Persiste ancora tra le rocce e il mare, una viticoltura estrema e scenografica, che si concentra soprattutto sui vitigni Falanghina, Greco e Piedirosso. La viticoltura ad Ischia, conosciuta dai tempi dei Greci e Romani, con un periodo di gran gloria dal 1500 all’Ottocento, è da considerare come in altre isole una viticoltura di montagna con una pendenza dal 25% fino al 70%, molto simile a quella delle Cinque Terre. Le varietà presenti sono tra i vitigni bianchi soprattutto la Biancolella e la Forastera e il Piedirosso, chiamato anche Per’e’palummo tra i rossi.
Più volte i vigneti di queste due isole hanno dovuto fare spazio a delle strutture turistiche.

Per molte isole il vino e il turismo costituiscono le fonti principali dell’economia che permettono a sopravvivere. Vigneti dalle piccole dimensioni, spesso con forti pendenze, come l’esempio della viticoltura ischitana dimostra, costruiti su terrazze tra mare e cielo e con muretti di pietra a secco sono diventati parti integranti di un paesaggio mediterraneo che ritroviamo su tante isole.

Condizioni difficili, che non permettono la meccanizzazione, salvo monorotaie in casi come per esempio a Ischia, fanno considerare la viticoltura “eroica”, così come in Valle d’Aosta, nelle Cinque Terre e in altre zone italiane e non. L’abbandono e il degrado del paesaggio rurale sono spesso dovuti proprio a questa laboriosità, all’età avanzata dei vignaioli ma anche legati a fattori economici. Così l’importanza dei vigneti va oltre a quella di conservare la viticoltura tradizionale, ma significa anche mantenere dei muretti a secco e tutelare il paesaggio.

Negli ultimi tempi, grazie all’investimento da parte di importanti aziende vitivinicole, ricomincia un recupero di vigneti nelle isole minori e il rilancio dei vini insulari. Così anche recentemente per esempio a Favignana, nell’isola più grande tra le Egadi, dove la viticoltura era da oltre un secolo scomparsa, quando una delle più note aziende siciliane con vigneti in varie parte della Sicilia, ha reimpiantato nel 2008 cinque ettari di vite tra rocce e sabbia rossa. Furono scelti i vitigni tradizionali siciliani, Frappato, Perticone e Nero d’Avola tra i rossi e Grillo, Catarratto e Zibibbo tra i bianchi. La prima vendemmia è stata fatta proprio quest’anno. Per la vinificazione, l’uva si trasporta in un camion refrigerato via nave alla sede dell’azienda nei pressi di Trapani. E’ proprio il maggiore costo legato non solo alla complessità nella lavorazione in vigna, ma ovviamente anche al trasporto alla terraferma, tante volte già al momento della vinificazione o in seguito per la vendita, un’altra difficoltà nella produzione del vino insulare.

Anche sull’isola San Pantaleo Mozia, situata nella laguna dello Stagnone a nord di Marsala, i proprietari, la Fondazione Whitaker, discendente di una famiglia di produttori e commercianti di Marsala, ha intrapreso nel 1999 un progetto di reimpianto del vigneto. Dopo un periodo di sperimentazione con l’uva Grillo dal 2007 di un gruppo di enologi, guidati da Giacomo Tachis, un’ azienda siciliana, tra le più conosciute e prestigiose, si dedica ai circa 7 ettari dei vigneti di Mozia e produce il Sicilia Igt Grillo-Mozia.

La produzione dei magnifici vini passiti di colore ambrato, brillanti e con profumi di miele, frutta matura ed essiccata con un sapore dolce, di datteri, albicocche, arancia candita e di una piacevole persistenza, è una tradizione antica delle isole mediterranee. Pantelleria, più vicina alle coste africane che a quelle siciliane, è ormai identificata come terra di dammusi, le tipiche case in pietra lavica a tetto ogivale di tradizione araba e del pregiato passito prodotto dalle uve Zibibbo o chiamate anche Moscato d’Alessndria.

I vigneti panteschi sono allevati ad alberello molto basso con il metodo “in conca”, la coltivazione delle viti in buche nel terreno, che comporta il duplice vantaggio di proteggerle dal vento e dalla salsedine e di trattenere la scarsa umidità del terreno. La vite allevata ad alberello di Pantelleria è stata anche candidata a far parte del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. Sono una ventina le aziende presenti a Pantelleria che gestiscono circa 500 ettari producendo i vini Moscato di Pantelleria e Passito di Pantelleria.

Anche nelle Isole Eolie la vite ha una storia che inizia dalla colonizzazione greca e la Malvasia delle Lipari è conosciuta dal 1600. Dopo l’infezione dell’oidio e l’invasione della filossera verso la fine del 1800, la viticoltura anche alle Eolie aveva subito un danno enorme e tanti isolani dovevano per mancanza di lavoro immigrare. Solo negli anni Settanta rinasce il Malvasia delle Lipari, vino dolce dagli profumi intensi e sapori di frutta candita, coltivata soprattutto a Salina in circa 30 ettari da una decina di produttori. La quantità prodotta oggi è lontanissima da quella tra il 1880 e 1890 che arrivava fino a 16.000 ettolitri. Oggi grazie all’opera pionieristica di due produttori ci sono anche circa 10 ettari di vigneti a Vulcano, dove però non ci sono cantine. Per la vinificazione l’uva deve essere trasportata a Salina.
Una realtà molto diversa è quella delle Isole della Laguna Veneta. Al tempo della Serenissima si coltivava tante varietà di frutta e verdura, ma anche l’ uva. Gli orti della laguna hanno ancora oggi la loro importanza, e i piccoli vigneti, risalenti all’epoca romana, sono in una fase di recupero. Un bellissimo esempio è l’investimento di un importante produttore di prosecco nella minuscola isola di Mazzorbo, collegata da un ponte all’Isola di Burano. La tenuta di proprietà del comune di Venezia consiste in un’area coltivata di circa due ettari tra orti e vigna, cintati da muri di origine settecentesca. Il vigneto è stato impiantato con l’Uva Dorona di Venezia, un’uva bianca, una volta presente in tutta la laguna, oggi in pratica scomparsa e selezionata per la tenuta a Mazzorbo da pochissimi antichissimi vigne sopravvissute in residue coltivazioni dell’isola di Sant’ Erasmo.

Tante sono le isole minori italiane da scoprire e numerosissime sono le realtà vitivinicole da conoscere. Il mare non è solo splendida cornice per i vigneti insulari, ma costituisce un fattore determinante esaltando il sapore e dando al vino personalità.

Il vino insulare deve essere più di un souvenir presto impolverato o velocemente dimenticato, evoca il sole e il mare, sa raccontare la storia della fatica di chi lo produce, lottando contro Il rischio d’estinzione e l’abbandono dei vigneti e che ha una tradizione da conservare, un territorio da mantenere e un patrimonio da difendere.

8 Ottobre 2011  •   Davide   •   0
 
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