22 • ottobre • 2020

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L’arte di correre…l’arte dello scrivere

Apprendiamo come nel 1982 Murakami inizi la sua carriera di scrittore, in breve tempo coronata da soddisfazioni personali e infine da un clamoroso successo internazionale.

Al tempo stesso comincia ad allenarsi nella corsa. Oggi a sessant’anni di età Murakami ha corso almeno una maratona all’anno in vari luoghi del mondo, è un entusiasta triatleta dilettante ed enuncia l’inscindibilità della sua condizione di scrittore e di quella di corridore dettando per se stesso il seguente epitaffio “Murakami Haruki, scrittore e maratoneta”. Murakami giustifica la sua scelta, in qualche modo spontanea e inconsapevole, sostenendo che lo scrivere “è un’attività pericolosa, una perenne lotta con i lati oscuri del proprio essere ed è indispensabile eliminare le tossine che, nell’atto creativo, si determinano nell’animo di uno scrittore”.

Lo scrivere e il correre si intrecciano, ci riferisce Murakami con riguardo a se stesso, in una ritualità quotidiana che potrebbe apparire monotona e ripetitiva a chi non ne comprendesse il profondo significato spirituale. Non intendo oggi soffermarmi su questo libro particolarissimo, che per diverse ragioni definirei un Essays di Montaigne in versione Zen, rimandando tale piacere ad una prossima occasione. Ne traggo invece volentieri lo spunto per una riflessione personale sull’arte di scrivere e sulle complesse motivazioni che sottendono lo sforzo di chi vi si cimenti. Tra gli atti creativi lo scrivere è uno dei meno ovvi che si possano immaginare. I provocatori esperimenti di “scrittura automatica” dei surrealisti ne sono la dimostrazione ab absurdo. Non si vive senza mangiare, dormire, bere o respirare, ma una ampia parte degli esseri umani vive tranquillamente senza scrivere né saggi o romanzi, né poesie o drammi, né racconti o commedie. Si scrivono di rado anche le epistole, quelle con carta e inchiostro, anche se proliferano le email, e si producono valanghe di sms, spesso irti di acronimi, crasi, e ideogrammi a base di faccine sorridenti, imbronciate, ammiccanti o perplesse. E’ confortante sapere che per una porzione non trascurabile, almeno in senso qualitativo, dell’umanità scrivere rimane atto irrinunciabile. Scrivere per questa parte numericamente esigua di individui è una pulsione insopprimibile che suscita profonde emozioni, positive o negative che siano.

La necessità di scrivere è talmente imperiosa da imporre talora ritualità ossessive, o scelte stravaganti. Proust scrive a letto, in una stanza insonorizzata con spessi fogli di sughero. Maupassant alterna freneticamente copula e scrittura, in una rincorsa che lo porterà alla disperazione e al manicomio. Poe cerca l’ispirazione nel fondo di una bottiglia di cognac, folle di dolore per la perdita della sposa-bambina. Jack London si pone un obiettivo quotidiano di mille parole al giorno, che non deve essere mancato per alcuna ragione.
Qualcuno scrive di mattina, qualcuno di sera, altri di notte. Si fa qualsiasi cosa per non precludersi la possibilità di scrivere. Kafka coltiverà una tragica alleanza tra il suo cervello e i suoi polmoni, come lui stesso riferisce. La malattia, liberandolo dai suoi tediosi doveri di impiegato, gli consentirà di disporre di più tempo per scrivere, per poi ucciderlo.
Più fortunato, Musil si fa mantenere da ammiratori generosi che gli consentono di scrivere senza preoccupazioni materiali. Dostojevskij giunge ad accettare di pagare penalità rovinose al suo editore in caso di inadempienza, costringendosi così a produrre in tempi brevissimi. La vita, nella scala di valori di chi scrive, diviene subordinata all’opera, al suo completamento.
Nel racconto il “Miracolo segreto” Borges immagina che uno scrittore posto davanti al plotone di esecuzione esprima in silenziosa preghiera il desiderio di finire il suo capolavoro. Verrà accontentato. I proiettili si arrestano a mezz’aria, l’universo si ferma, il suo tempo soggettivo si dilata permettendo il completamento dell’opera. A quel punto il tempo riparte: “La goccia d’acqua riprese a scivolare sulla sua guancia. Gridò il principio di un grido, mosse il capo, la quadruplice scarica lo fulminò.” Nella sua poesia-testamento Anthony Burgess scrive con disperazione: “So solo che il romanzo deve essere scritto e che devo scriverlo al più presto. Il tempo è orribilmente breve…”. E’ il dolore per la distruzione dei suoi ricordi che in Blade Runner tormenta l’androide morente Roy Batty: “Ho visto cose che voi umani non potreste credere. Navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione.

Ho guardato i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti come lacrime nella pioggia.” Per scongiurare la tragica sensazione di impotenza creativa che blocca la mente e la penna, che rende sterili e frustrati, ogni scrittore è disposto a pagare un prezzo altissimo. Quando l’impedimento giunge scoppia la tragedia. La privazione dei mezzi per scrivere sono per lo scrittore una evirazione simbolica, come osserva Barthes, nel riferire del sequestro di carta, penna e calamaio sovente inflitto a Sade, internato a Charenton, dal bigotto dottor Royer- Collard. Al sopravvenire della incapacità di scrivere, il Martin Eden di Jack London si suicida.
La sua morte anticipa quella del suo creatore, causata dalla stessa ragione. La schiera degli scrittori e scrittrici che hanno scelto il suicidio è talmente numerosa da scoraggiarne l’elencazione, e tra le cause la perdita della scrittura è sicuramente una delle principali. E’ lecito a questo punto domandarsi se la risposta al mio quesito iniziale sia che scrivere è un antidoto contro l’insopprimibile ansia che il timore della morte infligge agli esseri umani, un pensiero che dirige tutte le nostre azioni fondamentali. L’attività riproduttiva allevia temporaneamente questa angoscia, rispondendo all’imperativo di perpetuare i nostri geni. Questo però non basta, non ultimo perché lo sviluppo di un’organizzazione sociale complessa ha portato col tempo alla repressione della sessualità indiscriminata, limitando la nostra possibilità di replica di noi stessi. Scrivere consente invece di fecondare il mondo intero. La scrittura offre accesso all’immortalità, diffondendo le idee e i pensieri di chi scrive, penetrando nelle coscienze. Scrivere diviene il completamento, se non il sostituto, della funzione riproduttiva, favorendo la trasmissione dell’esperienza.

Alla stregua di quanto avviene per alcuni organismi elementari, che hanno mostrato di essere in grado, con il divorarne altri, di assorbirne i ricordi, la scrittura, consumata e assimilata, consente la replica pressoché indefinita dei pensieri e delle idee. Tra chi scrive e chi legge si consuma un rito di cannibalismo rituale, come quello di alcuni popoli primitivi, che tentano di assorbire le qualità del defunto cibandosene. Dotato di linguaggio da tempo immemorabile, con la scrittura l’uomo rende la trasmissione dell’esperienza il processo più sofisticato e complesso nella storia dell’evoluzione. Si può parlare agli altri anche senza essere presenti, anche dopo essere morti da secoli, forse da millenni. Ed ecco, allora, l’immortalità.

di Juan Carlos Martinez Oliva

15 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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