01 • novembre • 2020

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Le ironiche confessioni di Emanuele Salce

Dato per disperso fino alla metà degli anni Novanta circa, riapparve fra stupore e disappunto, come attore a fianco del patrigno Vittorio Gassman. Da allora, per ragioni ancora ignote, insiste a calcare le scene”. Così si descrive Emanuele Salce nella nota biografica della monografia “Luciano Salce. Una vita spettacolare” (Edilazio 2009) che con Andrea Pergolari ha dedicato al padre a vent’anni dalla sua scomparsa. Sta proprio in questa frase ironica e sagace lo spirito comico e distaccato che caratterizza Emanuele. Sicuramente ha ereditato queste caratteristiche dal padre, uno dei più grandi talenti del cinema italiano. In suo Emanuele ritroviamo l’umorismo sottile e pungente, l’autoironia e la sensibilità di uno dei padri della commedia all’italiana. La carriera di Emanuele finora si è divisa tra cinema, teatro e televisione. Una delle sue caratteristiche è la voce, naturalmente impostata, di stampo gassmaniano assorbita dal mattatore nazionale, suo padre adottivo, col quale è cresciuto. Questo pregio che pochi attori possiedono lo ha reso un interprete ideale per il palcoscenico teatrale. A tale proposito citiamo la commedia La parola ai giurati tratta dal teledramma di Reginald Rose Twelve Angry Men (1954). In questa piéces nella quale si ritrova l’atmosfera di New York anni ‘50, l’intensa interpretazione di Emanuele Salce ha emozionato e appassionato gli spettatori.

 

Nella tua divertente nota biografica scrivi tra le altre cose di aver voluto seguire “le orme paterne”… hai avuto fin da piccolo la passione per la recitazione?

No; oserei definirlo un accadimento tardivo della mia vita. Sono sempre fuggito da questo mondo apparentemente bizzarro pieno di stravaganze e contraddizioni. Quando poi ho capito (ed ero già un po’ stempiato …) che fuggivo non solo dal confronto con i miei “padri” ma soprattutto dal confronto con me stesso, ho preso il toro per le corna e mi sono preso le mie responsabilità. Ovviamente c’è voluto un po’ di tempo e mi son preso anche parecchie cornate …

“Dopo varie incompiute esperienze di formazione” e lavorative, “inappagato, approda infine, forse inevitabilmente, presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, dove si diplomerà in regia nel 1991”. Così scrivi di te, ma allora era destino?

Non saprei; credo piuttosto in un destino di cui noi siamo arbitri e in gran parte artefici. Tutta la mia vita fino ai trent’anni è stata un po’ “incompiuta”. Ma credo faccia parte della necessaria sperimentazione, del mettersi alla prova, del cimentarsi e quindi anche del “cercarsi” in un certo senso. Da lì al trovarsi, poi si apre una nuova pagina lunghissima. Ma in fondo cos’è la vita se non una costante ricerca? Trovare è certo la ciliegina sulla torta, ma resta comunque complementare secondo me.

 

Possiamo considerare il documentario L’uomo dalla bocca storta come il testamento artistico di un uomo rimasto sempre fedele a se stesso, intellettuale e fine umorista com’è stato Luciano?

Un testamento scritto dagli eredi in questo caso! Dato che l’ho girato io assieme all’amico Andrea Pergolari… e non so se i notai avrebbero da ridire sulla sua eventuale validità. Di certo abbiamo cercato di restituire con onestà ed obiettività quelle che erano le “volontà” paterne e credo sia un bel ritratto dell’uomo e dell’artista a tutto tondo che Luciano Salce è stato. E questo fortunatamente mi è stato anche confermato da tutti coloro che l’hanno visto e apprezzato, prima alla Festival del Cinema di Roma 2009 e poi quando è stato trasmesso su SKY.  Ai Nastri d’Argento 2010 per la sezione documentari il nostro lavoro presente nella cinquina ha ricevuto una “Menzione Speciale”, una sorta di “piazza d’onore” della quale io e Andrea siamo naturalmente molto fieri e orgogliosi!

Che cosa ha rappresentato per te scrivere questo volume, la prima monografia dedicata a tuo padre?

Come per il documentario, ma più ancora e molto prima del documentario, il libro è stato un vero e proprio viaggio nel “ventre” paterno. Riaprire scatoloni e faldoni a distanza di vent’anni dalla scomparsa di mio padre è inevitabilmente un fatto che ti smuove e ti rimesta dentro. Ma sentivo questa esigenza ed era forte la volontà di portare a termine questo viaggio per un senso di dovere di figlio ed anche per chiudere un cerchio della mia stessa vita. Credo sia stata una tappa fondamentale nel mio percorso di uomo, ma credo in particolare di aver fatto, grazie anche e soprattutto ad Andrea, un lavoro completo, ben fatto. Dove non si parla solo di cinema e teatro, ma anche di storia, di uomini, di vita artistica e non. Ho raccolto decine di testimonianze di colleghi di papà, per averne un ritratto più vario, da vari punti di vista ed anche da parenti e semplici amici per mostrarne i suoi diversi profili e non solo quello pubblico. Ci sono raccolte di foto inedite ed anche scritti inediti. Lettere che mio padre si scambiava con i suoi compagni d’Accademia che poi erano Gassman (guarda le coincidenze della vita…), Squarzina, Adolfo Celi… Testi di canzoni che mio padre ha scritto per Tenco o magari per Morandi. Insomma di tutto di più…

 

Guardando i film di Luciano Salce colpisce la sua profonda capacità di osservazione del costume nazionale. Tra tutti i suoi film quali preferisci?

È difficile per un figlio giudicare col necessario distacco l’opera paterna. Anche perché i suoi film erano anche un po’ dei suoi “figli” e quindi anche un po’ miei fratelli, o fratellastri magari. Ne ammiro e ne apprezzo comunque l’inventiva, l’ironia e un certo distacco. Uno sguardo mai banale sui fatti di costume, su questa umanità così varia ma mai così dissimile in fondo da se stessa. Ha girato dei film di successo ed ha regalato svago e intrattenimento a molti, ma ha anche conosciuto il rovescio della medaglia con dei film non capiti, che forse erano troppo “avanti”. Era comunque uno che si divertiva a fare quello che faceva, che non poteva quasi fare a meno di farlo ma lo faceva sempre con grandissimo impegno, dedizione e professionalità, anche e soprattutto nelle cose apparentemente più leggere. Quelli della sua generazione basavano tutto sulla preparazione e sullo studio. A voler essere demagogici, si potrebbe fare un raffronto con oggi, ma preferirei evitarlo.

 

Hai recitato nel film documentario Di padre in figlio (1982) di Vittorio Gassman e hai lavorato spesso con lui sui palcoscenici teatrali. Che ricordi conservi di questo grande attore al quale insieme al nipote Tommaso Pagliai hai dedicato il documentario Una vita da mattatore (2002)?

L’esperienza in “Di padre in figlio” non è da considerarsi professionale per me, ero ancora un ragazzino e Vittorio girava un film “familiare”. Ho solo interpretato me stesso, con tutta la goffaggine e l’imbarazzo dell’adolescente che ero, non avvezzo a stare di fronte ad una cinepresa. E anche le mie esperienze teatrali con lui (nelle sue due ultime tournèe) hanno scarsa valenza professionale per me, le considero invece delle grandissime e profonde esperienze umane e personali. Non pensavo ancora di far l’attore negli anni ’90, ma avevo voglia di stare con lui e recuperare il nostro rapporto che è stato piuttosto teso fin dai suoi albori. Quando Vittorio mi offrì questa possibilità, come fosse un calumet della pace, accettai senza esitazioni. È stata indubbiamente la prima volta che ho calcato un palcoscenico, ma non ero certo un attore, solo un figliastro che seguiva il patrigno con enorme affetto reciproco.

Con Tommaso girammo nel 2002 un film-documentario dal titolo “La lunga strada” inserito in un cofanetto (Una vita da mattatore) a lui dedicato da RaiEri. È un’altra immensa perdita la sua scomparsa. E non solo per la famiglia… ma resta il suo lascito artistico. Che è alquanto cospicuo. Speriamo che le nuove generazioni sappiano imparare la lezione.

Hai lavorato come assistente alla regia di Dino e Marco Risi, Ettore Scola, Pasquale Squitieri e sei stato diretto da Ettore Scola in Concorrenza sleale e più recentemente da Pupi Avati e Ricky Tognazzi. Che cosa ti ha regalato questo percorso professionale?

Ho fatto la mia bella gavetta! È un passaggio necessario e obbligato per fortuna. Da tutti ho appreso qualcosa. Mi ripeto sempre che ai maestri bisogna comunque anteporre l’allievo che è in noi, mantenerlo vivo ed affamato. E allora tutti possono esserci maestri ed insegnarci qualcosa. Si può imparare da tutti, bisogna imparare da tutti. Sta a noi volerlo ovviamente. Le possibilità sono continue ed infinite. E ovviamente il discorso può essere applicato dalla vita professionale anche a quella personale.

 

Mumble mumble ovvero confessioni di un orfano d’arte; monologo fatto di ricordi tragici, grotteschi, un mix tra pubblico e privato, che ha avuto un buon successo di critica e pubblico. Di che cosa parla lo spettacolo?

Semplificando direi di me. Ma non è solo di questo. Soprattutto non è pretenzioso né autocelebrativo, non è nelle mie corde. È ironico e grottesco, ma anche commovente e soprattutto vero. Racconto i funerali dei miei due padri. Due momenti apparentemente tragici (e tali in parte restano) ma cogliendone e cercando di restituirne anche altri aspetti, magari apparentemente surreali, di quelle due giornate. Ma assolutamente veri. Sarà che in quei momenti siamo più permeabili a livello emotivo e la percezione di quanto ci accade intorno è diversa dal solito. Quando nel 1989 se ne andò mio padre, ero reduce da uno di quei tipici Sabato sera che si fa a vent’anni, rincasai ubriaco che albeggiava e di lì a breve mi ritrovai in una situazione folle inseguito dal “cassamortaro” che mi sfogliava il catalogo di bare sotto al naso, parenti sconosciuti che mi abbracciavano parlandomi di questioni astruse ed il medico legale che mi parlava di poesie. Mia madre era all’estero e dovetti, da solo, gestire una situazione più grande di me. Quando invece se ne andò Vittorio, nel 2000, tutto assunse caratteristiche più pompose e celebrative, con autorità politiche, religiose ed il gotha del mondo spettacolo tutt’intorno a recitare orazioni funebri. Poi si finì in un attimo davanti al televisore dove trasmettevano una semifinale degli europei di calcio. E diciamo pure che tutta quella “compostezza” sparì come d’incanto.

In ultimo racconto una mia vicissitudine personale in campo sentimentale, con dei contrattempi dovuti agli effetti collaterali di un lassativo, un accadimento apparentemente risibile del quale sottolineo però l’aspetto realmente tragico. È stato un piccolo, grande ed inatteso successo.

Ci puoi confidare quali saranno i tuoi prossimi impegni professionali?

Beh, sembrerebbe che mi facessi pubblicità poi… diciamo che va bene se diamo a tutti un appuntamento a Novembre sempre al Teatro Cometa Off con Mumble mumble. Sarò in cartellone per un mese dal 2 al 28. Uscirà anche un film Il padre e lo straniero tratta dal romanzo omonimo di Giancarlo De Cataldo. La pellicola diretta da Ricky Tognazzi con Alessandro Gassman e Ksenia Rappaport è stata presentata in anteprima al recente Festival del Cinema di Roma. Ci saranno altri spettacoli con Lillo e Greg e spero anche altre cose nuove con cui confrontarsi.

 

Alessandra Stoppini

24 Novembre 2010  •   Davide   •   0
 
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