29 • ottobre • 2020

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Marina Bellezza stella fulgente

 

“E poi l’aveva vista esplodere, dal giorno alla notte. Diventare una ragazza, consapevole della sua bellezza… ”.

Marina Bellezza ha ventidue anni, bionda, alta un metro e settantacinque, è splendida e ha tutti gli uomini ai suoi piedi, perché con lei c’è da perdere la testa. Marina ha dentro di sé un forte desiderio di riscatto, una grande voglia di vincere, di diventare una star e usa la sua voce originale e potente per cambiare il suo destino. Sono gli abitanti di Biella e dei paesi tra la Valle Cervo e la Valle Mosso che l’hanno vista crescere i suoi primi entusiasti spettatori, lì in quei luoghi un tempo popolosi e floridi ora deserti e desolati testimonianza di “un’epoca irrimediabilmente sull’orlo della fine”. Infatti, l’abbondanza dei tempi in cui Biella trainava il tessile nazionale e fondava la prima televisione privata della storia italiana ora è irrimediabilmente finita.

Il bibliotecario Andrea Caucino ama riamato Marina di un amore assoluto e tenace anche se i suoi sogni sono diversi da quelli della sua fidanzata. Andrea in quella Valle che molti vedono come un Far West, una terra di frontiera, vuole restare per riconquistare un territorio ormai abbandonato. “In fondo, la sua era una generazione tagliata fuori da tutto, nata nel posto sbagliato al momento sbagliato. E allora tanto valeva ritirarsi sul confine. Tornare indietro, disobbedire”.

Tre anni fa Acciaio (Rizzoli 2010) l’esordio letterario di Silvia Avallone aveva stupito pubblico e critica per la capacità dell’autrice di raccontare un mondo, quella classe operaia e metallurgica di Piombino che già nel 2001 non si faceva più illusioni. Era l’incipit della crisi economica che allora in pieno benessere sembrava impossibile dovesse arrivare. In questo nuovo atteso romanzo la scrittrice attraverso la narrazione delle eroiche gesta di Marina e Andrea, non solo rende un omaggio alla terra dei suoi nonni ma coglie con precisione estrema il disagio dei venti – trentenni di oggi che sono costretti a emigrare all’estero o a lasciare le città per tornare nei luoghi natii, dove c’è una nuova Italia da ricostruire rimboccandosi le maniche.

Il volume uscito nelle librerie lo scorso 18 settembre è subito balzato ai primi posti della classifica dei libri più venduti a dimostrazione del fatto che ancora una volta Silvia Avallone descrivendo la provincia italiana, che qui diventa un territorio di frontiera da riconquistare, sa intercettare lo spirito dei tempi. È questo il requisito indispensabile per un autentico scrittore.

Poche persone erano in grado di captare con esattezza la direzione del tempo, di captarla anche senza comprenderla”.

Silvia, la Sua Marina è bella, ha una voce che è “una via di fuga”, sogna il successo per un’innata voglia di riscatto, a tratti appare un po’ irritante ma nonostante tutto non si può non fare il tifo per lei. Che cosa ne pensa?

Mi è molto difficile non parteggiare per i miei personaggi, nei loro confronti provo sempre una sorta di apprensione materna: in particolar modo per Marina, che unisce in sé una furia quasi eroica e un’estrema fragilità. Sin dall’inizio ho desiderato costruire il suo personaggio di modo che fosse difficile da giudicare, scomodo, contraddittorio. Volevo che avesse la grazia e la feroce determinazione delle cantanti più famose, specialmente quelle americane, icone del nostro tempo; ma che fosse anche una ragazza ferita, una figlia arrabbiata e allo stesso tempo devota, una creatura selvatica e imprevedibile. Anche le sue bellezze sono due: la prima, l’apparenza che cattura l’occhio delle telecamere, e la seconda, che coincide con la sua natura, specchio della valle in cui è nata.

Il sogno di Andrea, figlio ribelle dell’avvocato Maurizio ex sindaco di Biella, di creare una piccola azienda casearia nella vecchia e abbandonata cascina del nonno paterno, è un’utopia?

Non è un’utopia: esistono molte storie reali di ragazzi che hanno scelto di restare o tornare nelle loro terre di origine, e di recuperare mestieri antichi con uno spirito innovativo. La crisi economica che stiamo vivendo sta ribaltando molte categorie, valori, domande e desideri. I miti del successo e della carriera ad ogni costo si stanno rivelando sempre più vuoti e, di fronte alle difficoltà e alle incertezze, il desiderio di prendere altre strade e di impostare le proprie scelte di vita in modo nuovo si sta facendo sempre più spazio. Credo che nella decisione di Andrea ci sia non solo un esempio di coraggio, ma anche una tenace forma di resistenza attiva e costruttiva, di cui c’è molto bisogno.

Andrea e Marina sono legati tra loro da un amore da Lei definito “sacro” hanno un modo diverso di opporsi alla crisi che li circonda?

Marina e Andrea sono le due risposte estreme e opposte alle difficoltà che la crisi impone, specialmente alla mia generazione. Quando le strade normali non sembrano più percorribili, occorre azzardare imprese coraggiose, spesso controcorrente. Anche il sentimento che li lega è una risposta all’incertezza generale. Il loro amore non è tanto un’attrazione, quanto una scelta. Una reciproca promessa di fedeltà e di cura, in un’epoca di disillusioni e di precarietà. Anche questa, almeno per me, è una forma di reazione costruttiva.

Marina mentre attraversa la pianura che l’ha vista nascere sembra non accorgersi delle file continue di outlet su entrambi i lati della strada “residui in cemento armato del ventennio breve”, quell’epoca del miracolo economico cominciata all’inizio degli anni Novanta. Era dunque solo una grande bolla?

Quello che mi stava a cuore era raccontare la storia di ragazzi, più o meno miei coetanei, che sono cresciuti con l’illusione e la falsa promessa che il benessere sarebbe durato per sempre, e il futuro si sarebbe rivelato una facile conquista, e che poi si sono ritrovati, una volta terminati gli studi, con la strada in salita e mille difficoltà cui far fronte. Allo stesso tempo, però, volevo anche raccontare storie di resistenza, di conquista, di coraggio, non di remissione. Ho voluto dipingere i miei personaggi quasi come pionieri, come piccoli eroi del quotidiano che non si arrendono: lottano per riconquistare il loro pezzetto di mondo, il futuro cui hanno diritto, ripopolando luoghi che le generazioni precedenti hanno abbandonato, riscoprendo bellezze rimaste sepolte; oppure strappandosi un posto in tv per poi ribellarsi e tornare indietro. Sentivo di aver bisogno di questo spirito: di frontiera, di ricostruzione e, soprattutto, di libertà.

Antonio D’Orrico ha definito Marina Bellezza “il più bel personaggio femminile dai tempi di Filumena Marturano e della Califfa”. È d’accordo?

Le parole di Antonio D’Orrico mi hanno commossa, emozionata, e resa felice. Ho amato moltissimo sia Filumena Marturano sia La Califfa. Non posso che esserne orgogliosa, e custodire, anche per il futuro, questa recensione così bella e preziosa.

“Non fatevi rubare la speranza” è stato l’appello di Papa Francesco lo scorso 24 marzo durante l’omelia della Domenica delle Palme rivolto ai giovani perché non cedano allo scoraggiamento. Ritornare nei luoghi degli avi per riscoprire antichi mestieri lo possiamo considerare un atto rivoluzionario?

A volte “il futuro è la strada sterrata che non ti aspetti”, così pensa Andrea a un certo punto, quando deve decidere concretamente cosa fare della sua vita. Mi trovo in pieno accordo con l’appello di Papa Francesco, penso che debbano e possano esistere sempre delle alternative: dei sentieri laterali, che magari non sono le autostrade rettilinee che immaginavamo, ma che sono percorribili e possono nascondere opportunità inaspettate. Occorre forse un coraggio sconosciuto in passato, così come inventiva e fatica. Ma né la speranza né il futuro possono essere strappati a intere generazioni. Riappropriarci di luoghi, conoscenze, bellezze abbandonate nei decenni passati, ricominciare anche dalle macerie, ricostruire, cambiare strada e prenderne di nuove, per quanto incerte e sconosciute, può rappresentare una piccola rivoluzione, nell’accezione innovativa, libera, positiva del termine.

È notizia recente che il polo siderurgico di Piombino in provincia di Livorno, polmone economico per la popolazione locale, sia destinato alla chiusura gettando così sul lastrico 4000 famiglie. Nel Suo romanzo Acciaio, caso letterario del 2010, ha raccontato tante storie di famiglie abitanti nei casermoni di via Stalingrado, che cosa ne pensa di quanto può avvenire?

Raccontare è un modo per strappare le storie al silenzio, per combattere l’indifferenza, per condividere, prendere coscienza, reagire. Credo che drammi come questo riguardino tutti, e che non possano non essere affrontati come prima urgenza. Il lavoro è fonte non solo di vita, ma di dignità, di solidarietà, di futuro.

SCHEDA

SILVIA AVALLONE è nata a Biella nel 1984 e vive a Bologna, dove si è laureata in Filosofia e specializzata in Lettere. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di poesia “Il libro dei vent’anni” (Ed. della Meridiana) vincitrice del premio Alfonso Gatto sezione giovani. Sue poesie e racconti sono apparsi su “Granta” e “Nuovi Argomenti”. Ha scritto per il “Corriere della Sera” e per “Vanity Fair”. Con il suo romanzo d’esordio “Acciaio” (Rizzoli, 2010) ha vinto il premio Campiello Opera Prima, il premio Flaiano, il premio Fregene, e si è classificata seconda al premio Strega 2010. Il romanzo è stato tradotto in 22 lingue e in Francia, con “D’Acier”, ha vinto il Prix des lecteurs de L’Express 2011. La rivista Lire lo ha premiato come miglior primo romanzo straniero. Da “Acciaio” è tratto il film omonimo, per la regia di Stefano Mordini con Michele Riondino e VittoriaPuccini e prodotto da Palomar, presentato alla 69^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

di Alessandra Stoppini


15 Ottobre 2013  •   Davide   •   0
 
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