22 • ottobre • 2020

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Michele Navarra

Una nuova voce, un simpatico e avvincente personaggio, si è aggiunto nel panorama letterario italiano. Alessandro Gordiani è il protagonista dei romanzi di Michele Navarra, autore dallo stile originale, disinvolto, ironico e che potremmo definire il “John Grisham italiano”, anche se a Michele questo accostamento sembra “mostruosamente esagerato”. La sua creatura letteraria, l’avvocato Gordiani, ha il pregio di ragionare con la sua testa e di andare dritto per la sua strada senza sottostare a compromessi di nessun genere.

Con i suoi primi due romanzi pubblicati L’ultima occasione (2007) e Per non aver commesso il fatto (Giuffrè 2010), Navarra descrive con uno stile scorrevole e incalzante il mondo giudiziario, che s’integra perfettamente con le vicende private di Gordiani, con i suoi dubbi e le sue ansie che lo rendono fin troppo umano. I legal – thriller dell’autore romano, che hanno vinto alcuni importanti premi letterari, hanno la capacità di tenere desta l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina, grazie anche ai colpi di scena finali. “La mia carriera non è stata sempre in discesa. Anzi, se ci penso bene, mi sembra di non avere mai smesso di salire, di arrancare verso qualche cima sconosciuta, il cui picco ancora non riesco ad intravedere”. Quanto ci sarà di autobiografico in questa frase?

Michele, scrivere per te rappresenta una vera e propria professione?

Dipende. Se per professione intendi un’attività che ti consente di vivere, di fare la spesa, pagare le bollette e via discorrendo, allora devo senz’altro risponderti di no. Se invece per professione intendi un qualcosa che, potenzialmente, ti tiene impegnato per quasi tutta la giornata quasi tutti i giorni, allora la risposta è certamente sì. Insomma, avendo due figlie, sono costretto a restare con i piedi saldamente ancorati per terra, a non volare troppo in alto con la fantasia e, quindi, vivo facendo l’avvocato. Però, non ti nascondo che, quando scrivo un romanzo, la mia professione è quella di… scrittore. Insomma, forse scrivo più spesso di quanto potrei permettermi, mi ritrovo a fare l’avvocato soltanto nei ritagli di tempo. Potessi vivere di scrittura, anche in modo semplicemente dignitoso, non ci penserei nemmeno un secondo a barattare la professione di avvocato con quella di scrittore a tempo pieno.

Per scrivere un buon libro quanto sono importanti leggere e amare la lettura fin da piccoli?

Credo moltissimo. La lettura, oltre a essere un passatempo meraviglioso, che ti consente di viaggiare con la fantasia, di immergerti in storie alle volte bellissime, di imparare a riflettere, di capire il mondo che ti circonda, è un’attività essenziale a livello formativo, in senso sia generale sia specifico, come apprendimento dei meccanismi sintattici e grammaticali della lingua, degli elementi strutturali della narrazione, della costruzione dei dialoghi e così via. L’amore per la lettura, in genere, è qualcosa che nasce spontaneamente, anche se alle volte è opportuno incoraggiare questa inclinazione, magari avvicinando i ragazzi alla letteratura attraverso opere in qualche modo più leggere. Insomma, a un adolescente desideroso di leggere un buon romanzo consiglierei Ken Follet piuttosto che Philip Roth o Kawabata… anzi, ripensandoci bene, forse darei lo stesso consiglio anche ad un adulto…

Toglici una curiosità: com’è nata la genesi de L’ultima occasione?

Scrivere un romanzo era un’idea che mi ronzava per la testa da tanto tempo. Tuttavia, per un motivo o per l’altro, non mi decidevo mai a cominciarlo. A essere sincero, non avevo nemmeno ben identificato quale sarebbe stato l’argomento d’un mio ipotetico romanzo. Poi un giorno, all’improvviso, in un caldissimo giorno di luglio di qualche anno fa, sulla spiaggia ho rubato la penna a quella che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie, impedendole di terminare la settimana enigmistica e ho cominciato a scrivere su foglietti volanti. Il secondo capitolo de L’ultima occasione (n.d.r. il capitolo dove entra in scena per la prima volta l’avvocato Gordiani) è venuto di getto, insieme allo schema dei primi sette capitoli del romanzo. Forse si trattava per me di un momento particolare, in cui provavo un fastidio quasi esagerato, un vero e proprio disagio per la professione legale e per il mondo giudiziario in generale. Ecco trovato anche il soggetto dunque. Sarebbe stato un libro sulla mia professione, sul mondo in cui, volente o nolente, ero costretto a vivere, o meglio con cui ero costretto a convivere. Tutto ciò che in Tribunale mi era praticamente precluso dire, avrei invece potuto urlarlo dalle pagine di un romanzo. L’avrei fatto dire da un avvocato di carta. Non per nulla, il romanzo comincia con il descrivere un avvocato che ha deciso di mollare tutto e rintanarsi in un posto sperduto a non fare nulla per tutto il giorno. Per questo, ho deciso di scrivere un romanzo di ambientazione giudiziaria, un legal – thriller come viene oggi definito, anche se più correttamente io lo definirei giallo d’aula. Poi il progetto è stato accantonato per qualche mese, fino al gennaio successivo, quando ho deciso di riprendere la penna in mano. E in nemmeno cinque mesi il romanzo era finito. So che può sembrare una storia fin troppo romanzata, ma è la pura verità: L’ultima occasione è nato di getto, a tradimento, su di una spiaggia assolata grazie ad una penna rubata e ad una quindicina di foglietti volanti.

Ci descrivi in poche parole Alessandro Gordiani?

Alessandro Gordiani è prima di tutto una persona per bene. È serio, professionale, ansioso, compulsivo, forse eccessivamente pignolo, ma non ha nulla di patologico. Io credo che il protagonista di un libro debba trovare un buon livello di empatia con il lettore, che deve essere in grado di identificarsi con lui, con i suoi problemi, con i suoi sogni. Penso che possano esservi due tipi di identificazione. Una che chiamerei aspirazionale, nel senso che il lettore vorrebbe essere come il protagonista del libro, magari eccentrico, particolare, un po’ sopra le righe. E l’altra che definirei come identificazione pura e semplice, insomma del tipo che faccia pensare: Ehi, ma questo disgraziato è tale e quale a me!, soltanto inserito in un contesto romanzato e possibilmente avvincente e divertente. Attualmente, la maggior parte dei personaggi letterari ascoltano musica trendy, mangiano pietanze esotiche e/o originali (che alle volte cucinano da soli mentre ascoltano musica) e… la lista di cose particolari che fanno (anzi che gli fanno fare) potrebbe continuare all’infinito. Ma un protagonista che – come nella vita che tutti noi quotidianamente viviamo – vada a giocare a calcetto e quando torni a casa sia costretto a cambiare il pannolino al figlio e che sia comunque bello tosto, gajardo se preferisci (sia che faccia l’ispettore di polizia, che il medico o l’avvocato), non può avere diritto di cittadinanza nel nostro panorama letterario. Ma chi l’ha stabilito? Alle volte, la necessità di essere originali a tutti i costi, può portare a tratteggiare personaggi che, a mio avviso, risultano involontariamente comici pur aspirando a essere serissimi…

In Italia si scrive molto e si legge poco. Come spieghi quest’apparente contraddizione?

Non credo in realtà che si tratti di una vera e propria contraddizione. Credo anzi che entrambi i fenomeni rappresentino le due facce della stessa medaglia. Se passi il tuo tempo a (cercare di) scrivere, poi te ne rimane molto poco per leggere! Battute a parte, credo che il problema sia dovuto ad una certa tendenza all’improvvisazione, unita a un, tutto sommato comprensibile, desiderio di far conoscere il proprio modo di pensare all’esterno, di comunicare le proprie esperienze al maggior numero possibile di persone. E, almeno a livello teorico, quale mezzo migliore di un libro? Per scrivere non c’è alcun bisogno di leggere. Per scrivere bene, invece, il discorso è completamente diverso naturalmente.

Nel nostro paese è difficile riuscire a pubblicare un libro?

Credo che la domanda in realtà dovrebbe essere un’altra. È difficile nel nostro paese, dopo aver pubblicato un romanzo, riuscire ad essere «distribuiti» nelle librerie? Ecco il vero problema per un autore: la distribuzione. Pubblicare un romanzo è soltanto il primo passaggio. La cosa importante è riuscire a pubblicarlo con una casa editrice che ti consenta di essere presente e visibile nelle librerie, il che non è difficile, ma molto molto difficile.

La legge è solo l’ombra della giustizia”. Quanto è stata importante per la stesura dei romanzi vent’anni di esperienza forense?

Moltissimo. Tendenzialmente, un autore dovrebbe cominciare con lo scrivere e il descrivere ciò che meglio conosce, almeno all’inizio. Sono circa vent’anni ormai che frequento il mondo giudiziario e credo di conoscerne abbastanza bene i meccanismi. Inoltre, odio visceralmente quella che non esito a definire fantascienza giudiziaria, purtroppo più diffusa di quanto si potrebbe pensare, a causa della quale vengono spesso narrate situazioni francamente imbarazzanti, con avvocati (o giudici) che si muovono ai margini della legalità, quando addirittura non oltrepassano il confine tra lecito e illecito. Noto che anche la carta stampata e, soprattutto, la televisione – sia in prodotti commerciali come film e fiction, sia in programmi istituzionali come i notiziari – spesso tendono a dare un’immagine distorta e in qualche modo fuorviante della figura dell’avvocato e di quello che è il suo lavoro. Le procedure legali sono descritte non tanto con sommarietà, scelta che in una certa misura è obbligata, quanto con estrema superficialità, che spesso sconfina nell’irrealtà. Io invece volevo spiegare bene in cosa consiste la professione dell’avvocato. Con semplicità e possibilmente inserendo il tutto all’interno di una storia avvincente e divertente. Se sono riuscito nel mio intento purtroppo non spetta a me dirlo.

Per non aver commesso il fatto si è classificato al primo posto al Primo Concorso di narrativa giudiziaria inedita Legal Drama Society, sezione Romanzi. Una grande soddisfazione per te, vero?

Enorme direi. Il concorso letterario bandito dalla Legal Drama Society di Milano non era per me un concorso qualsiasi, era il concorso per eccellenza, visto che potevano parteciparvi soltanto legal-thriller. Essere stato scelto tra tanti scrittori bravi, già autori di bei libri, vincitori di premi anche abbastanza importanti, mi ha dato la conferma che il mio lavoro era buono. Funzionava. Inoltre, il premio bandito dalla Legal Drama era sponsorizzato da due grandi case editrici come Giuffrè e Kowalski-Feltrinelli, oltre che da Colorado Film, e la possibilità di pubblicare con loro era per me fondamentale. È arrivata per prima la proposta contrattuale di Giuffrè e per un avvocato… non sarebbe stato proprio possibile rifiutare.

A quando una nuova avventura di Gordiani?

Onestamente non lo so, credo tra breve. Sono già pronti due nuovi capitoli della storia, professionale e personale, di Alessandro Gordiani. Il terzo romanzo della serie, Solo la verità, racconta di un caso di colpa medica, in cui una bimba subisce delle gravissime lesioni post-partum. Nel quarto romanzo, Una questione di principio, Alessandro, che nel frattempo è diventato padre della piccola e scatenata Ilaria, dovrà vedersela in tribunale con un complicato caso di omicidio. Una questione di principio ha vinto il Premio Alabarda d’Oro – Città di Trieste nella Sezione Inediti di Letteratura. Vedremo quello che succederà a livello editoriale. Hai visto mai che anche il grande pubblico si accorga di me?

 

di Alessandra Stoppini

26 Luglio 2011  •   Davide   •   0
 
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