28 • novembre • 2020

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Pino Ammendola

Il poliedrico Ammendola è nato a Napoli e di questa città conserva un accattivante e piacevole accento napoletano che gli conferisce una marcia in più sia nella vita quotidiana sia sul palcoscenico. Da molti anni vive a Roma, diventata la sua seconda città. Dall’anno scorso l’attore è uno dei soci del Teatro Cassia: lo incontriamo in platea, davanti al palcoscenico che lo ha visto protagonista con successo sia la scorsa stagione con “Uomini alla crisi finale”, sia in
quella in corso con la commedia “Carabinieri si nasce”. «Mi considero un vero e proprio operaio, artigiano del mestiere che faccio e che desidero fare a modo mio liberamente, senza pensare ad un riscontro economico», ci confida Ammendola; e questa sua regola di vita il pubblico l’ha intuita, perché le sue commedie sono sempre più apprezzate dalla critica e dagli spettatori.
Pino, ricorda i suoi primi passi nel mondo dello spettacolo?
Ricordo che a nove anni durante una vacanza-studio in un collegio ai confini con la Francia venne una compagnia a cui serviva un bambino che dicesse una sola battuta. Io, ragazzino napoletano in mezzo a tutti questi bambini del Nord, mi misi talmente in evidenza che la compagnia mi scelse. Provai in tal modo questa grandissima emozione di essere sul palco a nove anni. E dissi che da grande sarei diventato un attore. A 13 anni quando a Napoli si girava qualche film i miei professori mi aiutavano a fare qualche comparsata, credevano in me; poi pian piano è diventato il mio lavoro e sono felicissimo perché ho realizzato il mio sogno di ragazzino.
Il 1975 è stato un anno molto importante per lei …
In quell’anno mi sono laureato con lode in Giurisprudenza sostenendo una tesi sulla poesia licenziosa dei giuristi napoletani del ‘700. Invece di fare l’avvocato sono partito per la mia prima tournée teatrale con Arnaldo Ninchi portando in scena “Le mani sporche” di Sartre. Fu un grande successo in tutta l’Italia.
Avevo già fatto parecchio teatro a Napoli ma andare in tournée significava abbandonare la città dove abitavo, viaggiare per tutto il paese. Proprio quell’anno mi sono trasferito a Roma.
È autore di piecès teatrali che non solo divertono il pubblico ma nelle quali si trovano sempre spunti di riflessione. Sta scrivendo qualcosa di nuovo?
Si, sto scrivendo due nuove commedie agrodolci. La prima si chiama “La Badante”; il protagonista è un sessantenne romano malato su di una sedia a rotelle ricco e micragnoso che ha alle sue dipendenze una badante russa che tratta malissimo e sulla quale sfoga tutto il suo razzismo, ma tutto questo in chiave comica e divertente. La seconda commedia, “A morte i vecchi”, riguarda lo scontro generazionale tra un nonno ex partigiano e un nipote ventenne berlusconiano doc. Ho scritto ventitré commedie tutte rappresentate con successo, una è anche diventata un film, un’altra è stata realizzata per la televisione.
Ma nonostante ciò in un paese come il nostro ogni volta devo combattere per far rappresentare quelle nuove; è proprio vero che gli esami non finiscono mai…
Ha scritto ”Avec le temps Dalida” con Maria Letizia Gorga, ritratto di un mito senza tempo. Ce ne vuole parlare?
Premetto che per me scrivo commedie, per gli altri scrivo invece cose più serie, perché il pubblico è così abituato a vedermi nelle rappresentazioni comiche che ho difficoltà a propormi in quelle drammatiche. “Avec le temps Dalida” mi ha dato una grandissima soddisfazione, ha avuto grande successo.
Protagonista è la sempre brava Maria Letizia Gorga che narra il percorso di vita di questa grande ed indimenticabile cantante.
Abbiamo notato che tutti i protagonisti da lei interpretati nelle sue commedie si chiamano Peppino Sicchietta. È nata una nuova maschera napoletana?
Si, il tentativo è quello abbastanza ingenuo, ma anche affettuoso, di creare un prototipo di questo napoletano che da un lato non è il classico napoletano pizza e mandolino perché è timido, talvolta perdente che subisce poi le angherie di questi romani che sono un po’ più prepotenti.
Ha partecipato e partecipa a molte fiction di successo accanto ad attori quali Massimo Dapporto, Christian De Sica, Veronica Pivetti e Claudio Amendola.
Che ricordi ha dell’esperienza televisiva?
Ricordi molto belli perché scelgo con molta attenzione i ruoli televisivi da interpretare.
C’è una televisione che mi piace molto ed è quella fatta dai grandi professionisti, e quella la faccio con grandissimo piacere. Tutto questo l’ho imparato da Sergio Rubini. Anni fa durante un’intervista gli chiesero «Ma Lei come fa a scegliere sempre film belli? Fa sempre cose belle!». E lui rispose «Io non scelgo il film scelgo le persone con le quali lavorare». Quindi è fondamentale lavorare con attori e registi professionisti come Rossella Izzo, con la quale ho girato “Provaci ancora Prof”.
Quali sono le caratteristiche principali ereditate dalla sua città di origine?
Credo di incarnare una dimensione del napoletano che è poco nota a tutti, perché del napoletano arrivano certe chiassose esteriorità. Invece i partenopei sono grandi lavoratori quando hanno l’opportunità di farlo, perché sono persone molto passionali e amano le cose che fanno. Vivono la contraddizione di essere nobilissimi e “cialtroni” ed io incarno questa loro caratteristica.
Cosa può dirci della sua famiglia?
Ammendola è un cognome napoletano da molte generazioni. Un mio avo è stato lo scultore che ha fatto la statua di Gioacchino Murat, era un architetto.
Esiste un Palazzo Ammendola a Napoli costruito da questo avo nel Settecento con piccole abitazioni destinate agli artisti; era diventato malfamato, perché ci vivevano ladri e prostitute; era un luogo pericoloso nel cui androne accadevano fatti di sangue, tant’è vero che per dire che una persona era criminale si diceva «ma che vieni da Palazzo Ammendola?». Da parte materna invece ho lontane origini siciliane. Insomma un’antica famiglia borghese con non grandi possibilità economiche ma con lontane ascendenze, con il ricordo di tempi migliori che forse sono anche stati uno stimolo, una spinta per cercare di migliorarsi, di crescere, di costruire qualcosa; credo infatti che avere “delle radici” sia una cosa molto importante per realizzare il proprio futuro.
Da molti anni vive a Roma. C’è un luogo, una piazza, un’ambientazione particolare
che l’ha colpita al cuore?
Sono stato legato a due luoghi. Adoravo passeggiare da Piazza Farnese fino a Campo de’ Fiori; osservare l’umanità presente nella Piazza del mercato e li mi sembrava di stare nel cuore di Roma. A Ponte Milvio invece sono legato perché è il primo posto dove ho abitato una volta giunto a Roma, in Via della Farnesina, a metà degli anni Settanta. Allora era un posto un po’ fuori mano, non c’era quella movida notturna che c’è ora, era un quartiere a misura d’uomo, ci si conosceva tutti: il mercato in piazza, i vignaroli, le piccole osterie dietro la piazza dove andavo a mangiare e si pagava molto poco. Insomma era un piccolo paese e mi piaceva moltissimo. Ora è diventato chic ma ha perso quella connotazione romana, naturale.
Lei è anche un doppiatore di successo, oltre che direttore di doppiaggio ed adattatore. Ricordiamo che ha prestato la sua voce, tra gli altri, anche a F. Murray Abraham, Judd Hirsh, Dana Carvey, Antonio Banderas, Stanley Tucci, Jacques Villeret. A quali attori è particolarmente legato o si è sentito più vicino, a suo agio nel doppiaggio?
Sicuramente a Jacques Villeret. Era un comico molto particolare, molto tenero.
Invece chi mi sarebbe molto piaciuto doppiare è Louis de Funès. Penso di assomigliare a questo grande attore francese; in teatro cerco di imitare la sua comicità nervosa, a scatti, un po’ marionettistica ma ricca di umanità.
Quali sono i progetti in cantiere?
A Febbraio sono partito per il Golfo del Bengala. Ho girato un documentario in barca alle isole Andamane, meta non turistica. Mi sono inventato Le isole dei non famosi e racconto di queste isole raggiungibili solo in barca, dove va il vero viaggiatore che ama il fascino della scoperta. Dai primi di Marzo per un mese verrà riproposto, reduce dal successo del Festival di Caserta,
Quarant’anni e sono ancora mia, da me scritto per Maria Letizia Gorga. Spettacolo musicale ma con una parte parlata: diciamo teatro con musica. C’è una banda rock con 4 elementi dal vivo. Il tema è quello della canzone al femminile dal ’68 ad oggi. Una cantante va ad inaugurare una Casa delle Donne e racconta come sua madre quarant’anni prima, incinta di lei, era lì ad occupare quello spazio. Tutto lo spettacolo è diviso tra ieri e l’oggi.

8 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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