30 • ottobre • 2020

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Sassicaia

Non ero ancora particolarmente interessata
al vino, benché il binomio “vino” e “Italia” fosse per me rappresentato dal tipico fiasco
toscano del tradizionale Vino Chianti nella sua veste storica, di forma quasi sferica e
rivestito di paglia intrecciata nella parte inferiore e, poi, vi era una parola sussurrata,
affascinante e misteriosa … Sassicaia. Conoscevo solo la bottiglia con l’etichetta sobria e
il simbolo della stella color dell’oro su sfondo blu notte e sapevo che si trattava di un vino
prezioso e costoso.
Passarono molti anni prima che l’assaggiassi e ancor di più ne passarono prima che
conoscessi l’incantevole Maremma e la zona di Bolgheri, terra del mitico Sassicaia.
Solo poche settimane fa in occasione del viaggio studio con l’Associazione Italiana
Sommelier Roma ho percorso il famoso “viale dei cipressi alti e schietti”, descritto
nella poesia Davanti a San Guido da Giosuè Carducci e piantato da Guidalberto della
Gherardesca, quadrisavolo dell’attuale proprietario della tenuta Nicolò Incisa della
Rocchetta.
Accanto al decantato viale c’è la leggendaria Tenuta di San Guido.
Finalmente ho toccato con mano questa realtà!

Gli albori e le prime decisioni importanti
La tenuta – vicino al Comune di Bolgheri, frazione di Castagneto Carducci nell’Alta
Maremma in provincia di Livorno – dista tredici chilometri dalla costa, si estende ai piedi
delle colline che vanno da un’altitudine di 80 – 100 metri ad una di 400 metri sul livello del
mare e si sviluppa su una superficie totale di 2500 ettari, di cui 75 piantati a vigneti.
“La diversificazione di altitudini dei vigneti contribuisce alla complessità e al carattere del
vino” è convinto il marchese Nicolò Incisa della Rocchetta.
A partire dal 1983, in seguito alla morte del padre marchese Mario Incisa della Rocchetta,
Nicolò amministra e guida la Tenuta San Guido. All’interno della tenuta, oltre all’azienda
vitivinicola, gli uliveti per la produzione di olio extravergine di oliva e i boschi, si trovano
l’oasi di Bolgheri e il centro allevamento purosangue della Razza Dormello Oliata.
Il marchese Mario Incisa della Rocchetta sognava di realizzare in quella terra (tanto simile
a quella di Graves) un vino bordolese, potente e longevo. Fu il primo a pensare a un taglio
bordolese (assemblaggio tra Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc – tra i più
diffusi vitigni del mondo) in Italia, prevalentemente a base di Cabernet. Gli esperimenti
iniziali con marze di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc, acquistati dai Duchi Salviati di
Migliarino, risalgono agli anni Venti.
Il primo vigneto piantato a Bolgheri con Cabernet Sauvignon è quello di Castiglioncello,
la parte più alta della tenuta, e risale agli anni Quaranta. Si trattava di un esperimento
molto limitato. Alla metà degli anni Sessanta, in seguito ai risultati soddisfacenti ottenuti, si
decise di proseguire nella produzione scendendo verso la pianura.
Furono piantate altre vigne, all’inizio circa 15 ettari e poi, gradualmente, altri due o tre
ettari ogni anno fino agli attuali 75 ettari. Il Cabernet Sauvignon e il Cabernet Franc sono
mischiati nelle varie vigne, ma sulle colline c’è solo il Cabernet Sauvignon.
“Si scelsero terreni che avessero una buona esposizione a Sud-Ovest, non ricchi di humus
ma con molto scheletro, il che garantisce un buon drenaggio. Sono terreni alluvionali, non
molto pesanti, profondi e pieni di sassi, drenanti, qualcuno più sabbioso, argilloso… tutti
punti selezionati in cui c’è questa similitudine – aggiunge Nicolò Incisa della Rocchetta –

unici nella zona del Bolgheri e con particolare vocazione ad un’altissima qualità”.
Questi terreni delle Colline Metallifere – derivati in gran parte da sfaldamenti di origine
vulcanica, ma formati anche da arenarie, argille e tufi – si dimostrarono particolarmente
adatti al Cabernet Sauvignon. La loro profondità, nei mesi caldi di luglio e agosto, rilascia
5-7 litri di acqua al giorno contenuta nel sottosuolo. Il microclima di Bolgheri, influenzato
dal mare e protetto dal vento dalle colline retrostanti, quindi simile al Bordeaux, è
fondamentale per la perfetta maturazione fenolica delle uve, fattore importantissimo per il
vitigno Cabernet Sauvignon. Altrimenti i tannini sono amari e rimangono così nel tempo.
Oggi l’età media della vigna è di 24-25 anni. Quella più vecchia, piantata a metà degli
anni Sessanta, esiste ancora e ha ormai 45 anni: tende a produrre una modesta quantità
di uva, ma di grandissima qualità. Solo il primo vigneto non esiste più. Pian piano si
spiantano i vecchi vigneti e se ne reimpiantano di nuovi.

Il padre del Sassicaia – l’enologo Giacomo Tachis
“Arrivò da noi nel 1948 dai cugini Antinori, che lavoravano nel settore da varie
generazioni”, racconta il marchese.
L’enologo di origine piemontese e allievo di Emile Peynaud, è considerato il “principe
degli enologhi italiani” e artefice di un rinascimento del vino italiano negli anni Settanta
e Ottanta. Il padre dei Super Tuscan come il Sassicaia, il Solaia e il Tignanello e altre
etichette di fama internazionale si definisce un umile “mescolavano”. Dal 1968 fino al 2010
è stato l’enologo della Tenuta di San Guido..
“All’inizio tra mio padre e l’enologo piemontese ci furono un po’ di contrasti, in particolare
quando Giacomo Tachis fece sostituire per la fermentazione i tini di legno con quelli di
acciaio”, ci racconta suo figlio Nicolò. Il Sassicaia è poi diventato un punto di riferimento e
un vino cult anche per l’uso attento e sensibile dei legni in fase di affinamento. La filosofia
di interpretare il territorio e i vitigni tramite il vino portava e porta tuttora a un risultato
elegante e molto vicino a quello del Bordeaux.
Dopo la Toscana, egli ha contribuito a far nascere la Sicilia del Nero d’Avola e la Sardegna
del Carignano. Si è ritirato l’anno scorso all’età di settantasette anni.
Nel 2011 è stato nominato “Man of the Year” della rivista inglese Decanter.
A lui è dedicato anche il Bibendaday dello scorso 14 maggio, manifestazione annuale
dell’Associazione Italiana Sommelier Roma, una serata celebrativa per il 150° dell’Unità
d’Italia durante la quale gli oltre 500 presenti hanno degustato in presenza di tanti
produttori che gli hanno voluto rendere l’omaggio 24 tra i vini più famosi creati da Giacomo
Tachis.
Il nuovo enologo alla La Tenuta di San Guido è una donna – Graziana Grassini, biologo,
chimico e enologo e last but not least allieva del “vero maestro e grande anticipatore”,
come Angelo Gaja ha definito Giacomo Tachis.

Il Sassicaia e la sua fama
Sassicaia, un nome che richiama i sassi del terreno dei suoi vigneti e deriva dal podere
in cui vive il marchese, una delle prime vigne piantate su una struttura del terreno molto
sassoso, il Castiglioncello.
Il 1968 fu la prima annata sul mercato con 3000 bottiglie. Oggi le bottiglie prodotte sono
220.000. Fra il 1968 e il 2011 c’è una lunga storia da raccontare.
“Il Sassicaia è sempre stato l’assemblaggio dalle varie vigne con il vantaggio di avere
tempi di maturazione più graduali. Tra la zona più alta e quella più bassa ci sono circa
quindici giorni o tre settimane di differenza”.

E’ stato il primo vino italiano riconosciuto a livello internazionale.
L’annata 1972, prodotta in 5873 bottiglie, fu festeggiata e premiata come “migliore
Cabernet Sauvignon” tra 34 vini provenienti da 11 paesi nel 1978 in occasione di
una degustazione cieca dal Decanter Magazine di Londra, di cui facevano parte
Hugh Johnson, Serena Sutcliffe e Clive Coates. Hugh Johnson’s Pocket Wine Book,
nell’edizione 1982, elogiava il Sassicaia come “Italy’s best wine”.
Tutto questo contribuisce alla fama di un vino spesso considerato il primo dei Super
Tuscan e oggi è uno dei vini italiani per i quali si raggiungono le quotazioni più alte alle
aste internazionali.
Fino al 1994 il Sassicaia è stato considerato un vino da tavola. Poi il vino rosso è stato
ammesso nella disciplinare della Doc Bolgheri ed è stata creata la prima sottozona in
Italia. Così il Sassicaia è diventato una sottozona della Doc Bolgheri e il vigneto Sassicaia,
avendo una denominazione unica – Bolgheri Doc Sassicaia – appartiene a un solo
proprietario. In questo caso, in Francia si parlerebbe di un cru a monopolio, l’unico in Italia.
Secondo il marchese Nicolò Incisa della Rocchetta “la qualità costante, mantenuta per
tanti anni è stata determinante per l’enorme successo del Sassassicaia. Il successo si
misura con i risultati che dà il mercato. Non lo potevamo prevedere quando abbiamo
cominciato la produzione. Solo col tempo ci siamo resi conto che le annate di Sassicaia,
sebbene all’inizio sembrassero mediocri, con l’invecchiamento in bottiglia miglioravano”.
Mario Incisa della Rocchetta ha avviato una nuova era del vino italiano: ha saputo
scegliere i terreni giusti, ha avuto il coraggio di piantare il Cabernet Sauvignon (varietà
fino ad allora non piantata in Italia) e di utilizzare – su suggerimento di Giacomo Tachis –
nuove tecniche in cantina per migliorare il risultato. Il rispetto per la natura, la biodiversità,
l’equilibrio ecologico, concetti oggi attualissimi ma non ancora allora, avevano già una
fondamentale importanza per Mario Incisa della Rocchetta come testimonia il suo libro “La
terra è viva. Appunti di scienza contadina per una via italiana all’agricoltura biologica”,
pubblicato nel 1984 poco prima della sua morte.
Il suo Sassicaia, Cabernet di culto, ha trasformato un territorio da vini da tavola in una Doc
a sé stante. E’ stata un’avanguardia, seguita poi da tanti Super Tuscans oggi altrettanto
famosi.
Colpisce l’eleganza del Sassicaia e stupisce la semplicità dell’azienda – condotta dal figlio
Nicolò con lo stesso stile del padre – che produce un vino tra i più pregiati e conosciuti al
mondo.
“Il successo sta nella sua bevibilità. In fondo è un vino che piace agli esperti e a persone
che non hanno mai bevuto vino, che lo bevono per la prima volta e lo bevono con piacere”
commenta in modo schivo e al contempo orgoglioso il marchese Nicolò Incisa della
Rocchetta … un pò come il suo Sassicaia.
Alla Tenuta di San Guido rivoluzione e innovazione sono ormai diventate tradizione
e il Sassicaia è un faro per tanti che sono ancora alla ricerca d’identità e maggiore
territorialità.

di Ursula Prugger Sommelier AIS

www.ulimengo.it

Le foto sono di Ulimengo
Sarebbe bello aggiungerne una di Giacomo Tachis

24 Giugno 2011  •   Davide   •   0
 
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