04 • dicembre • 2020

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Sulla Cassia Colline e Fantasmi

In questa zona sono custoditi i resti dell’antica Veio. Una stupenda città Etrusca che non riuscì a toccare il cuore a Marco Furio Camillo, nobile quanto ostinato Console romano, che la distrusse nel 396 A.C. dopo 10 anni di assedio. Ma chi Veio la vede oggi, avrà il cuore segnato per sempre. Un antico mulino abbandonato, un breve ruscello da guadare saltando sulle pietre, un sentiero di ciclamini e dietro Veio. Tra le sue Mura, agli angoli delle sue strade, sembra ristagnare ancora il dramma dell’ultima resistenza e alle volte pare di poter cogliere l’ineffabile soffio di impercettibili presenze. Veio ha un fascino stregato che non permette a nessuno di dimenticarla. La Cassia è all’angolo ed offre ancora, a chi lo voglia, i suoi ricordi ma anche i suoi inganni.
La Tomba di Nerone, posta alla sua destra per chi la percorre verso Roma, tra i pini di un terrapieno, non è affatto il Sacello del tragico imperatore romano. E’ invece il raffinato sepolcro di Publio Vibio Mariano, un nobile tribuno morto sotto il peso della gloria e delle cariche pubbliche accumulate. L’equivoco nacque per un convincimento popolare che attribuiva a Nerone, morto e sepolto, facoltà d’oltre tomba. La memoria del grande imperatore fu ridotta nel tempo a quella di un fantasma pendolare che dalla vicina piazza del Popolo, dove era realmente sepolto, dopo aver impazzato nelle strade adiacenti, imboccava la via Flaminia per raggiungere la via Cassia. Qui, proprio dove si trova il sepolcro di Vibio Mariano, Nerone faceva sfoggio con delitti, dispetti, sussurri e grida, di tutte le sue qualità fantasmagoriche. L’ultima scelleratezza l’ha fatta al suo suddito Publio Vibio. Dopo aver speso una fortuna in sesterzi per pagarsi una degna ultima dimora, doveva vedersela soffiare, insieme al nome, dallo spirito allegro di Nerone.

VERSO PONS MILVIUM
Con un po’ di fortuna ed un pizzico di humor nero si potrebbe prendere la coincidenza con il fantasma di Nerone e tornare con lui verso piazza del Popolo. In questa direttrice ci aspetta un altro felice incontro: il Tevere. Il fiume che ha visto nascere Roma ci viene incontro, come allora, schiumando dolcemente sotto le arcate di Ponte Milvio. I romani, che lo chiamano affettuosamente Ponte Mollo, lo amano profondamente perché non ha mai ceduto alle piene del Tevere. Eppure lo fece costruire il censore Marco Emilio Scauro nel II secolo A.C. Un po’ meno deve averlo amato Massenzio, il temibile avversario di Costantino, che proprio qui fu sconfitto dal futuro Imperatore cristiano. Nel suo accampamento, attestato tra Ponte Milvio e la Cassia Antica, il pagano Costantino fu toccato dalla fede di Cristo attraverso la storica visione premonitrice: “in hoc signo vinces”, vincerai nel segno della croce. E Massenzio ne fece le spese.

GLI ULTIMI FUOCHI
Nel 312 D.C. le tende del campo dell’esercito di Costantino il Grande coprivano a perdita d’occhio i prati di Tor di Quinto. Dai camminamenti delle mura di Ponte Milvio si intravedevano i fuochi accesi dai legionari per stemperare i rigori della notte ed i vapori umidi del Tevere. Immaginiamo il trambusto del campo e l’angoscia degli uomini prima dello scontro con le truppe di Massenzio. Da lontano, le fiamme delle torce e dei bivacchi proiettavano nel cielo gigantesche sagome d’ombra e questo, per i superstiziosi romani, non doveva essere di buon auspicio. In questi prati gloriosi, tagliati oggi da un bel viale alberato, sono tornati ad ardere, nelle notti d’inverno, i fuochi del bivacco. Ad ognuno di essi c’è accanto una vestale della moderna Roma. Emancipata dalla legge Merlin, affrancata dall’aria viziata della casa di tolleranza, dispone totalmente e liberamente del proprio corpo che vende all’automobilista di passaggio. Nell’angusto abitacolo dell’utilitaria o nel confort della grossa cilindrata essa continua a timbrare, con diligenza, quell’ideale cartellino segnato per la prima volta agli albori della vita dalla progenitrice Eva, per il modesto compenso di un mela. Finalmente libere di determinarsi, favorite dal fisco e dalle tenebre, hanno scelto la strada e i reumatismi e sane boccate di benzopirene scaricato dal via vai senza fine delle auto, che passano in rassegna l’organico presente. Poco lontano, Ponte Milvio, un saggio con ventidue secoli di servizio, guarda e ricorda quando vide brillare gli ultimi fuochi. Del resto Roma è anche una fila di fuochi nella notte!

di Gian Carlo Menchinelli

 

14 Aprile 2010  •   Ponte Milvio Magazine Magazine  •   0
 
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